Round Midnight: Cream of the Crop : Il meglio del 2017 (#2: Made in Italy)

Round Midnight: Cream of the Crop : Il meglio del 2017 (#2: Made in Italy)

Questi i dischi che Round Midnight ha scelto tra le uscite dell’anno appena trascorso. Sono quelli che ci sono più piaciuti o che ci sono sembrati più importanti tra le moltissime uscite discografiche del 2017.

Per comodità e per darvi una panoramica più ampia possibile li abbiamo divisi in tre sezioni (Internazionali, Made in Italy, e i Beautiful Ghosts, ovvero live e inediti d’annata e ristampe imperdibili) e per ciascuna di queste vi abbiamo selezionato dieci dischi.

Proseguiamo nella seconda parte con i nostri italiani favoriti. Che a dire il vero sono undici, ma proprio non riuscivamo a decidere quale album sacrificare per fare cifra tonda. E così ci siamo arresi, e undici ne abbiamo lasciati.

Zeno De Rossi: Zenophilia (Auand)

Agile, scattante ed essenziale l’ultimo progetto musicale di Zeno De Rossi, in trio con il sassofono e il clarinetto di Piero Bittolo Bon e il trombone di Filippo Vignato. Dieci composizioni originali e due cover (il tema di Taxi Driver, di Bernard Hermann, e Feet Music di Ornette Coleman). C’è tempo anche per un paio di omaggi a due grandi maestri della batteria, Ed Blackwell e Joey Baron. E proprio da Baron e dal suo Barondown parte probabilmente l’idea originale di questo trio trombone/ sax/ batteria.

 

Alessandro Galati: Wheeler Variations (Somethin’Cool)

Un omaggio a Kenny Wheeler, all’uomo e al suo mondo musicale, arriva da Alessandro Galati, alla testa dell’ensemble riunito per questo progetto. Nel sestetto c’è posto per un collaboratore di vecchia data di Wheeler, il roccioso sax tenore dell’inglese Stan Sulzmann, spalla a spalla con il soprano di Stefano Cantini, il contrabbasso di Ares Tavolazzi, la batteria di Enzo Zirilli e, novità per la musica di Galati, una voce femminile, quella di Simona Severini. Ci sono una serie di composizioni per sestetto, ognuna intitolata con una delle sillabe che compongono il nome di Ken-Ny-Wheel-Er, inframezzati da una serie di improvvisazioni in studio in cui i musicisti si dividono in formazioni e combinazioni estemporanee, duetti trii, quartetti : dodici, come le lettere che compongono il nome del trombettista. I quattro temi principali sono tutti cantati da Simona Severini, e per la prima volta Galati si è cimentato anche nella scrittura dei testi delle canzoni, tutte in inglese. Un omaggio lirico e vibrante in ricordo di un grande maestro.


Tiziana Ghiglioni/Steve Potts/Gianni Lenoci: No Baby (12 Lune)

Un album su cui aleggia la silhouette di Steve Lacy, che osserva benevolo da dietro lo specchio.

Del trio qui riunito, Steve Potts è stato il fido compagno di avventure di Lacy per trent’anni, Tiziana Ghiglioni ci ha inciso insieme due dischi di classe come Somebody Special e SONB e Gianni Lenoci ha collaborato in più occasioni con il maestro del sax soprano e gli ha anche dedicato un album di piano solo qualche anno fa. Ma c’è spazio anche per Mal Waldron, altro musicista che con Lacy ha avuto un rapporto lungo e simbiotico e che viene ricordato con una versione del suo Let us live e con un brano a lui dedicato. Di grande suggestione poi le tre ballad originali, pennate dal pianista e dalla cantante, con Turquoise che manda un saluto a Duke Ellington e Fagan che accarezza Billie Holiday . C’è spazio ancora per la Lonely Woman di Ornette Coleman, un brano con cui la Ghiglioni ha una storica frequentazione fin dal suo disco di esordio, che proprio alla Donna Sola era intitolato.


Simone Graziano: Snailspace (Auand)

Ce l’aveva già in testa da qualche anno Simone Graziano un nuovo trio, provava e ci girava intorno cercando il baricentro giusto. L’incontro con il basso di Francesco Ponticelli era già stato fruttuoso e illuminante, ora lo stimolo finale è arrivato dall’incontro con il batterista americano Tommy Crane, di St.Louis, già allievo di Andrew Cyrille e Billy Hart, scoperto a un concerto del gruppo di Ambrose Akinmusire, un musicista con uno stile personale che può, di volta in volta, essere molto soft ed essenziale o, all’occorrenza, propulsivo, rockeggiante e pirotecnico. E’ nato così Snailspace, un gruppo che vede Graziano al pianoforte, ma anche al Fender Rhodes e al synth e che allarga la tavolozza dei colori musicali di uno dei personaggi più interessanti del nuovo jazz italiano.

 

Gabriele Mitelli O.N.G.: Crash (Parco della Musica)

Talento inquieto e senza compromessi, Gabriele Mitelli lancia un nuovo progetto musicale dall’organico decisamente originale. Al suo fianco due dei chitarristi più dotati del nuovo jazz italiano, Gabrio Baldacci (alla chiarra baritono) ed Enrico Terragnoli, nonchè la sicurezza di una fantasia e una spinta che solo la batteria di Cristiano Calcagnile può darti. A Mitelli in questo progetto i singoli brani vanno stretti così, per evitare cali di tensione nella musica, preferisce riunire l’incisione in tre lunghe suite. Musica magmatica, ribollente, eccitante ed urticante, con echi del Miles elettrico più selvaggio, impennate rockeggianti, e ampi spazi lasciati all’improvvisazione pura. Una musica che cammina ad occhi chiusi sull’orlo dei confini, concedendosi anche qualche piroetta di troppo ma senza mai perdere l’equilibrio. Nel menù anche un pizzico di Sun Ra (Lanquidity) e la cover che non ti aspetti: A Tratti, dei CSI. Ma mi sa che a darci l’inaspettato Mitelli giustamente si diverta, e che di queste sorprese ce ne siano ancora diverse in arrivo in futuro.


Ada Montellanico: Abbey’s Road (Incipit)

Ada Montellanico rende un doveroso omaggio ad Abbey Lincon, e sforna un disco che gioca scherzosamente nel titolo anche con uno dei più famosi dischi dei Beatles. Un disco per Abbey, lei che ha vissuto molte vite, prima e dopo essere stata la compagna di vita, di arte e di lotte di Max Roach nonché la voce affascinante ed insostituibile di We insist! Freedom Now Suite e di Percussion Bitter Sweet, lei che nei suoi dischi ha ospitato Sonny Rollins, Eric Dolphy, Coleman Hawkins, Mal Waldron, Kenny Dorham, Winton Kelly, Paul Chambers, Philly Joe Jones: e mi fermo qui perchè potremmo andare avanti ancora per un bel pezzo. Cantante, ma anche attrice, attivista, autrice, Abbey è stata presenza affascinante ed orgogliosamente indipendente sin dai suoi esordi. Per questo tributo la Montellanico riconferma come braccio destro musicale Giovanni Falzone, autore anche degli arrangiamenti dell’album, allestisce un quintetto con il trombone di Filippo Vignato, il contrabbasso di Matteo Bortone e la batteria di Ermanno Baron, con una scelta di brani che va a pescare dai vari periodi del percorso artistico della Lincon, aggiungendo poi un brano a lei dedicato ad altri brani originali di raccordo. Il gruppo si muove spedito, i due ottoni di Falzone e Vignato dimostrano subito un’ottima intesa, la scelta di fare a meno dell’ancoraggio armonico di un pianoforte si rivela vincente, la ritmica di Bortone e Baron è una sicurezza. Abbey era unica, un omaggio per ricordarla e ribadire la sua importanza nel jazz moderno è cosa buona e giusta.

Roberto Ottaviano QuarkTet: Sideralis (12 Lune)

Torna in studio d’incisione Roberto Ottaviano, ed è sempre un bel sentire. Specie in questa occasione, in cui al pianoforte c’è il brillante Alexander Hawkins, già tre anni fa con Ottaviano nell’omaggio a Steve Lacy di Forgotten Matches, e alla sezione ritmica troviamo due rodati fuoriclasse statunitensi come il bassista Michael Formanek e il batterista Gerry Hemingway. Il concetto dell’album si rifà al cosmo (non per niente il gruppo viene battezzato QuarkTet) e a un immaginario peregrinaggio spaziale, dove si ricorda soprattutto la magia dell’ultimo Coltrane (quello stellare di Sun Ship, Interstellar Space, Stellar Regions, Cosmic Music), un viaggio dove si sfiorano pianeti che gravitano attorno a John Lee Hooker, Duke Ellington o Herbie Nichols, si citano Ayler e Sun Ra, si scrutano comete, si intercettano costellazioni. Bello sentire una musica che vibra ancora senza confini né barriere, nutrendosi del rispetto e della curiosità reciproca di quattro maestri. Bello nutrirsi di rispetto per il passato sfrecciando verso il futuro. Bello anche risentire Ottaviano soffiare anche in un sax baritono, come avviene in Holy Gravity. Che sia uno dei migliori sopranisti in circolazione invece già lo sapevamo da un pezzo.

Francesco Ponticelli: Kon-Tiki (Tuk)

Elastica, la musica di Francesco Ponticelli. Nell’organico che si restringe o si allarga a seconda dei momenti (in questo caso la formazione si è asciugata a quartetto, ma già sono in corso manovre per ampliare e rinnovare nuovamente l’organico), e nell’ispirazione, che cerca e regala stimoli continui e che cambia forma di volta in volta. Con lui, a zonzo sull’avventurosa zattera di Kon-Tiki, troviamo il sax tenore e il clarinetto di Dan Kinzelman, il pianoforte e le tastiere di Enrico Zanisi e la batteria di Enrico Morello, un ottimo equipaggio per una spedizione pronta a tutto per esplorare nuovi orizzonti musicali.

Fabrizio Puglisi Guantanamo: GialloOro (Caligola)

Che Fabrizio Puglisi sia uno dei migliori pianisti in circolazione per l’Europa dovrebbe essere cosa ben nota. Nota anche la sua fame costante di nuove esperienze, l’interesse senza confini per le musiche del mondo e il suo orecchio sempre ben aperto. Nasce così Guantanamo, progetto già da tempo attivo e giunto lentamente alla giusta maturazione, un gruppo che va alla ricerca dei sapori più sanguigni di Cuba, delle radici Yoruba della Santeria, delle connessioni afrocubane nel jazz.

Si va così a cercare le sintonie Lukumì di Un Poco Loco, anomalo capolavoro del tormentato genio di Bud Powell, mentre Turkish Mambo di Lennie Tristano si dilata e trova felici e stimolanti dissonanze nel piano preparato e nel synth di Puglisi. Ci si tuffa poi direttamente nel mare di Cuba, lasciandosi andare con i canti iniziatici di Ogun (ospite la voce di Venus Rodriguez) e poi con una versione irresistibile de La Comparsa, vero classico di uno dei figli prediletti e vera gloria musicale dell’isola, Ernesto Lecuona. Al fianco del pianista un gruppo ben assortito con in bella evidenza il vibrafono di Pasquale Mirra, spinto e stimolato dalle percussioni di Danilo Mineo, William Simone e Gaetano Alfonsi e sorretto dal contrabbasso di Davide Lanzarini. Guantanamo danza e sorprende, ti prende per la mano e ti porta a spasso dove non ti aspetti. Sempre con la protezione benevola di Ogun e di Chano Pozo.

Roots Magic: Last Kind Words (Clean Feed)

Giunto al secondo album, ancora una volta per l’etichetta portoghese Clean Feed, i Roots Magic confermano una formula musicale essenziale ed efficace, con i clarinetti di Alberto Popolla, i sassofoni di Errico De Fabritiis, il basso di Gianfranco Tedeschi e la batteria di Fabrizio Spera. E sanno pescare anche stavolta una scaletta preziosa, che va ad attingere soprattutto dal grande Blues dalle radici più sanguigne (il mito di Charley Patton, ma anche Last Kind Words della misteriosa bluesgirl Geeshie Wiley) e a una serie di scoppiettanti brani di Henry Threadgill, Roscoe Mitchell, Julius Hemphill, Marion Brown e Hamiett Bluiett, tutti autori legati al free e al post-free jazz, ma qui pescati nelle loro intuizioni più blues & groove. Una specie di versante quasi danzereccio e molto saporito dell’avanguardia, e di dimostrazione che certe musiche, prese per il verso giusto, riescono a rivelare sempre nuovi aspetti da esplorare e da gustare. Tutto gira a meraviglia, tutto si gioca nei tempi giusti. Musica che sa di terra e di Mississippi, di strade polverose e di vento in faccia, di canti attorno al fuoco e di bootleg whisky, di mojos e di crossroads diabolici. Musica delle radici, magica non a caso.

Tiziano Tononi & Southbound: Trouble No More: All Men are Brothers (Long Song)

Un mucchio di ragazzi poco più che ventenni innamorati del blues, questo erano gli Allman Brothers Band al momento della nascita. Certo, Duane Allman era già considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione e faceva già parte del giro di musicisti che ruotavano attorno ai mitici FAME Studios a Muscle Shoals, dove aveva già ampiamente fatto valere il suo talento. Ma è con la nascita del gruppo che si crea la leggenda di una band straordinaria, una band che si afferma rapidamente grazie alla qualità e genuinità della sua musica e all’intensità dei suoi live esplosivi, con brani che si dilatano e si espandono in lunghe jam strumentali. Una storia, quella degli Allman Brothers, brillante e sfortunata, azzoppata da due morti assurde che nel giro di un anno, in due incidenti motociclistici tragicamente simili, privano il gruppo di Duane e del bassista Barry Oackley. Un gruppo di ragazzi, dicevamo: kids orgogliosi delle proprie radici sudiste ma che volevano un sud diverso da quello razzista e reazionario che ancora da quelle parti resisteva. E loro, che credevano in un mondo migliore, che amavano la black music, che vivevano tutti insieme in una specie di comune, stavano provando a dargli una bella spallata e a scardinarlo. Per rendere omaggio a una band che ha sempre amato molto Tiziano Tononi riunisce i Southbound, un ottetto con i sax di Emanuele Passerini e Piero Bittolo Bon, il violino di Emanuele Parrini, la fisarmonica di Carmelo Massimo Torre, il basso dell’ospite americano Joe Fonda, le percussioni di Pacho e la voce di Marta Raviglia, a cui si aggiungono poi due ospiti di riguardo come Fabio Treves e Daniele Cavallanti. Quattordici brani, in massima parte provenienti dal repertorio degli Allman Brothers, più tre originali, firmati da Tononi, in memoria di Duane (Skydog era il suo soprannome) e di Oackley. Una cavalcata selvaggia dove il southern rock a tinte blues degli ABB e il jazz e le improvvisazioni dei Southbound si sposano felicemente, dimostrando come la fusione tra musiche solo in apparenza così diverse, ma che nascono dalle stesse radici nere, sia non solo possibile ma ottimamente riuscita. Un album già apprezzato anche all’estero, recensito con quattro stelle dalla storica rivista americana Down Beat. E non son cose checapitano spesso.

 

L'articolo Round Midnight: Cream of the Crop : Il meglio del 2017 (#2: Made in Italy) proviene da www.controradio.it.

CREAM OF THE CROP: Il meglio del 2017

Questi i dischi che Round Midnight ha scelto tra le uscite dell’anno appena trascorso. Sono quelli che ci sono più piaciuti o che ci sono sembrati più importanti tra i moltissimi usciti nel 2017.

Per comodità, e per darvi una panoramica più ampia possibile, li abbiamo divisi in tre sezioni (gli Internazionali, i Made in Italy, e i Beautiful Ghosts, ovvero ristampe imperdibili e riscoperte inedite) e per ciascuna ve ne abbiamo selezionati 10.

Iniziamo dalle uscite internazionali

Angles 9: Disappeared Behind the Sun (Clean Feed)

 Arriva dalla Scandinavia la formazione diretta dal sassofonista Martin Kutchen, nata raggruppando alcuni dei più interessanti musicisti Svedesi (e un Norvegese). Una musica che respira e emana sapori che sanno, di volta in volta, di Africa, di Balcani o di certe cose di Mingus, di Carla Bley, dei Brotherhood of Breath o della prima Liberation Music Orchestra. Negli anni si sono allargati, passando dal sestetto iniziale agli attuali nove elementi, con due sassofoni, tromba, trombone, piano, vibrafono e ritmica (quella dei Fire!: Johan Berthling e Andreas Werlin). Un bel contrasto: musiche bollenti, urlate e laceranti provenienti da terre di gelo, ghiaccio e silenzio. Giunti al loro sesto album gli Angles 9  rimangono una delle più belle realtà europee.

 

 James Brandon Lewis: No Filter (BNS)

 Giunto a 33 anni James Brandon Lewis si conferma uno dei migliori sassofonisti delle ultime leve. E conferma anche di prediligere per i suoi gruppi la formula del trio. Quello nuovo con Luke Stewart e Warren G Crudup III non è blasonato come quelli dei due album precedenti ma se la cava alla grande e sta crescendo ulteriormente grazie alle molte date dal vivo della band. Qualche ospite aggiunge colori alla tavolozza del disco, in particolare nella sognante “Y’all Slept” con la chitarra di Anthony Pirog e le rime di  P.SO the Earth Tone King.

STEVE COLEMAN’s NATAL ECLIPSE: MORPHOGENESIS (Pi-Recordings)

Morfogenesi: racconta Wikipedia che, in biologia, è la fase dello sviluppo embrionale corrispondente all’insorgenza della forma del corpo e dei suoi organi. Oppure (in geologia) il risultato dei processi che modellano i rilievi terrestri. Optiamo per la prima, nel caso del nuovo disco di Steve Coleman. Che torna dopo un paio di anni di assenza alla testa del nuovo progetto Natal Eclipse, ispirato questa volta, oltre che dalle predilette materie scientifiche, anche dal pugilato, quella “nobile arte” che (a partire da Miles Davis, Red Garland e Screaming Jay Hawkins e tanti altri) ha sempre avuto forti connessioni con la musica e cultura afroamericana. Rispetto ai ventuno musicisti utilizzati nel precedente album qua l’ensemble si asciuga notevolmente fino a otto elementi, alcuni già insieme a Steve Coleman da diversi anni, comunque quasi tutti già insieme nell’organico di “Synovial Joints”. Le novità stanno nell’arrivo del pianista Matt Mitchell, che si fa sentire, e soprattutto nell’assenza nell’organico del gruppo di un batterista, un ruolo che è sempre stato centrale nelle vari progetti musicali di Mr.Coleman fin dagli inizi. Qui è sostituito da un percussionista classico, che si aggiunge all’ottetto in alcuni brani ma si limita a un lavoro di coloritura, contrariamente al ruolo propulsivo che normalmente hanno le percussioni  nella musica di Steve Coleman. Il ritmo è un poco più sottotraccia stavolta ma la musica di Coleman non perde affatto slancio e forza propulsiva anche nella nuova versione. E, pugilisticamente parlando, nel disco ci sono diversi jab da schivare per non farsi mettere al tappeto da una musica bella e complessa come questa. O altrimenti, a scelta, si può abbassare la guardia e farsi mettere al tappeto. Col sorriso sulle labbra. La bellezza abita ancora qui.

 

Diamanda Galas: At Saint Thomas the Apostle Harlem + All the Way (Intravenal Sound Operations)

 Diamanda Galas fa al solito le cose a modo suo e, assente dal mercato discografico da quasi dieci anni, torna sulla scena con due album in uscita lo stesso giorno. Il primo testimonia i concerti della scorso anno per la Red Bull Accademy, una performance che incasella idealmente una serie di “Death Songs”, come li chiama Diamanda, con testi che partono da Cesare Pavese (“Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”) e prosegue con un Ayler, due Jacques Brel ed altro ancora. L’altro, in parte dal vivo in Europa e in parte inciso in studio (da notare che le ultime cose in studio d’incisione la nostra dark lady le aveva incise più di vent’anni fa con John Paul Jones, poi tutte incisioni live) contiene tre standard killer, un blues un country e un Monk.

In entrambi Diamanda Galas, al solito, da sola, voce e pianoforte. Lei è così: urticante, lacerante,  splendidamente e disperatamente destinata a fare razza a se: o la si ama o la si detesta, senza mezze misure. Forse questi due album non sono necessariamente le sue cose migliori, forse la formula è la stessa ormai almeno da “The Singer”, ma la grande signora è ancora tra noi. E questo già ce la fa scegliere tra i dischi dell’anno da non perdere. Difficile scegliere tra i due dischi: sono due salti nel maelstom e nelle tenebre.

Noi ci buttiamo su “All the Way”, se non altro perchè contiene una raggelante versione di “Round Midnight”, che abbiamo più volte utilizzato quest’anno come sigla di apertura in trasmissione.

Bentornata Lady Galas.

 

Jazzmeia Horn: A Social Call (Prestige)

E’ nata una stella: Jazzmeia Horn, 26 anni, texana, sbarcata a New York a 18 anni, vincitrice un paio di anni fa del Thelonious Monk Institute International Jazz Competition e prima ancora del  Sarah Vaughan International Jazz Vocal Competition nel 2013. Talento naturale e splendida voce, Jazzmeia dimostra fin da questo suo esordio discografico di essere una delle migliori cantanti in circolazione. Uno stile che ha ben presente la lezione delle grandi jazz ladies del jazz moderno. In particolare Betty Carter  (è proprio uno dei cavalli di battaglia di Betty, “Tight”, a fare da apripista fulminante alla scaletta del disco, e anche “I Remember You” e “A Social Call” escono dal suo repertorio ) e Sarah Vaughan. In scaletta anche classici Soul (“I’m Going Down”, dalla colonna sonora di “Car Wash” , e “People Make the World Go Round” con un prologo che è una chiamata alle armi e al risveglio delle coscienze contro le ingiustizie, le istanze di Black Lives Matter, le stupidità e le ineguatezze della casta politica e l’inquinamento e le brutture che ci circondano), standards, ballads ed altro ancora.

Fascino, classe, grinta e carisma da vendere e bella come una moderna Nefertiti.

Vijay Iyer 6t: Far from Over (ECM)

 Torna l’attivissimo Vijay Iyer, questa volta alla testa di un sestetto formato da fuoriclasse del calibro di Graham Haynes, Steve Lehman, Mark Shim, Stephan Crump e Tyshawn Sorey. Vijay sintetizza lo spirito dell’album citando le parole del trombettista Wadada Leo Smith (con il quale aveva inciso lo scorso anno uno splendido album di duetti) e ricordando come tra le funzioni della musica ci dovrebbe sempre essere anche il riuscire a trasformare la vita dell’ascoltatore, anche solo per un istante. E la musica viaggia, stimola, spinge al punto giusto, partendo da basi ritmiche ispirate di volta in volta anche dalla musica africana e indiana. Nella scaletta c’è spazio anche per un omaggio, in trio, al grande Amiri Baraka. Una musica che danza sul filo, senza mai perdere l’equilibrio.

Matt Mitchell: FØRAGE (Screwgun)

Talento sbocciato tardi quello di Matt Mitchell che, passata da poco la soglia dei suoi 40 anni, è sempre più al centro dell’attenzione sia per le collaborazioni (con Steve Coleman, Dave Douglas, Rudresh Mahanthappa, il Claudia Quintet ed altri ancora) sia per i suoi progetti solisti, sempre più interessanti. Questo 2017 lo vede esordire alla testa di un ensemble di 13 elementi con “A Pouting Grimace” e, al tempo stesso, tornare alla formula essenziale del solo piano con questo album dedicato all’universo sonoro di Tim Berne. E’ un disco che esprime tutto l’affettto, la riconoscenza e la stima di Mitchell per Berne, un rapporto iniziato timidamente da allievo più di vent’anni fa e ora concretizzato nel gruppo Snakeoil, con cui i due hanno già inciso quattro album ECM. Questo disco riesce ad estrapolare l’essenziale dalla musica di Tim Berne, rivelando come la sua scrittura, pur scarnificata dalle originali partiture nate per diversi progetti musicali, sia dotata di un fascino e un interesse con pochi possibili paragoni nella musica contemporanea.


Jamie Saft/ Steve Swalow/ Bobby Previte w. Iggy Pop: Loneliness Road (Rare Noise)

Gli incontri che non ti aspetti. La storia: il nostro valente trio incide in studio il suo secondo album. A registrazione conclusa il titolare e produttore della Rare Noise, la loro etichetta discografica, il benemerito Giacomo Bruzzo, suggerisce: non è che vorrebbero una voce ospite in qualche brano dell’album? La band è un po’ stupita ma disponibile. Ma quale potrebbe essere il vocalist da coinvolgere? L’impavido discografico punta in alto e spara grosso: “perchè non Iggy Pop?”. Risposta (prevedibile) di Jamie: “si, certo, come no”.  Ma il produttore in questione non è certo uno che si spaventi davanti a una banale Mission Impossible. Riesce a contattare Mr. Orsterberg in persona, bypassando le zavorre dei vari manager e discografici. Iggy riceve quindi i files con le musiche e (colpo di scena!) dice di apprezzare molto la musica che gli viene proposta e l’opportunità di fare l’ospite nel disco. Nel giro di qualche mese scrive i testi, adatta i suoi interventi alla musica già incisa ed entra in studio a sovrincidere la sua inconfondibile voce su tre dei brani del disco.

Morale: applausi per tutti. Per il trio, lirico ed impeccabile come al solito, tre musicisti di diverse generazioni ma di gran classe, che regalano una grande prova . Per la Rockstar scomoda Iggy Pop, che si rivela disponibile, curioso, coraggioso e umile. Come solo i grandi personaggi sanno essere.

E naturalmente menzione d’onore per Mr.Bruzzo, instancabile e ardimentoso visionario delle nuove musiche.

Perchè è sempre bello essere realisti e sognare l’impossibile. Anche perchè a volte si viene premiati.

Wadada Leo Smith  : Solo: Reflections and Meditations on Monk (Tum)

“La maggior parte delle persone non ha mai capito che io sono vicino a Thelonious Monk più che a nessun altro artista. Quello che ci connette è una visione della composizione e delle sue forme, la  psicologia musicale e la nostra comune articolazione del gruppo…E un’ illustrazione del silenzio non come momento di assenza o come spazio di riposo, ma come un campo vitale dove le idee musicali esistono come risultato di quello che è stato suonato prima e dopo. Silenzio” (Wadada Leo Smith). Wadada torna a cimentarsi con il solo, una formula essenziale e spietata ma a lui da sempre cara, tanto che il suo primo album era già, nel 1972, una performance solitaria. Lo fa affrontando una delle sue maggiori punti di riferimento musicale, quel Thelonious Monk ormai assunto a vera e propria istituzione della musica afroamericana e che proprio nel 2017 veniva celebrato in occasione del suo centenario. In scaletta quattro straclassici di Monk e quattro brani ispirati dalla sua musica, 8 riflessioni per sola tromba che lasciano il segno. Si, c’è anche Round Midnight, lasciato all’ultimo come ciliegina di una torta già ricca e gustosa.

Sky Music: A Tribute To Terje Rypdal (con Henry Kaiser, Bill Frisell, Nels Cline, David Torn, Jim O’Rourke etc) (Rune Gramophon)

Un album che celebra un fuoriclasse della chitarra moderna, il norvegese Terje Rypdal, e i suoi quasi 50 anni di storia musicale.  Rypdal è un maestro riconosciuto, mai arrivato alla popolarità e al successo su vasta scala ma comunque da sempre al centro dell’ammirazione dei colleghi musicisti come inventore di un linguaggio strumentale e uno stile decisamente originale. L’idea dell’omaggio, caduta non a caso in coincidenza con il 70° compleanno di Rypdal, è partita dal chitarrista californiano Henry Kaiser, che è riuscito a coinvolgere nell’operazione alcuni dei migliori specialisti della sei corde americani e scandinavi.  Tra i musicisti coinvolti ci sono Bill Frisell e David Torn, Nels Cline (in duo con Erik Friedlander) e un mucchio selvaggio che comprende Jim O’Rourke, , Hedvig Mollestad Thomassen, Hans Magnus Ryan (Motorpsycho), Reine Fiske, Even Helte Hermansen e lo stesso Henry Kaiser.

Si va dalle atmosfere ovattate dei soli alle selvagge cavalcate a perdifiato delle tracce collettive, che coinvolgono fino a sei chitarristi contemporaneamente, accompagnati da una ritmica che comprende Ståle Storløkken, (Elephant9, Supersilent, T.Rypdal band), Ingebrigt Håker Flaten e Gard Nilssen.

Un piccolo monumento alla chitarra e a uno di quei signori che più hanno contribuito a svilupparne il linguaggio moderno: buon compleanno Terje. E grazie.

 

 

 

 

 

 

L'articolo CREAM OF THE CROP: Il meglio del 2017 proviene da www.controradio.it.