Scuole, Di Giorgi (PD): bene ripartenza, ora riaprire tutte

Scuole, Di Giorgi (PD): bene ripartenza, ora riaprire tutte

Presentata dalla maggioranza alla Camera una mozione per chiedere la riapertura di tutte le scuole in sicurezza. Intervista con l’on Rosa Maria Di Giorgi, parlamentare Pd

Ecco il testo della mozione della Maggioranza sulla riapertura delle scuole

La Camera

premesso che:

il nostro Paese, com’è noto, è stato tra i primi ad essere colpito dalla pandemia dovuta alla diffusione dell’infezione da SARS-COV-2; tra le misure immediatamente adottate, nell’urgenza del momento e in assenza di evidenze scientifiche, vi è stata la sospensione di tutte le attività didattiche in presenza;
ad oggi l’Italia risulta essere uno dei Paesi che nella primissima fase della Pandemia ha tenuto le scuole chiuse più lungamente, essendo proprio la prima nazione europea ad essere investita dall’infezione da SARS-Cov-2. È andata sicuramente meglio a partire da settembre 2020 e fino a gennaio 2021. Ed infatti, un’autorevole indagine promossa dall’ UNESCO ha riconosciuto all’Italia il merito di non essere tra i Paesi che più di altri hanno chiuso le scuole. Nonostante le notevoli difficoltà che ha dovuto affrontare il Paese in quei mesi, il sistema-scuola ha retto e ha mantenuto sempre aperte le scuole dell’infanzia, della primaria e della secondaria di primo grado;
la sospensione delle attività didattiche in presenza e il conseguente avvio della didattica a distanza hanno causato notevoli danni agli studenti e alle studentesse. La reale portata delle conseguenze, su un piano psicologico, sociale, formativo ed educativo, non è ancora valutabile, ma già si teme che possano difficilmente essere colmate. La letteratura scientifica sul tema è univoca e ha già rivolto un accorato appello alle istituzioni affinché si velocizzi la riapertura in sicurezza delle scuole di ogni ordine e grado, soprattutto per contenere massimamente gli effetti negativi del perdurare della mancanza di socialità;
la sospensione delle attività didattiche in presenza ha colpito maggiormente chi si trovava già in una condizione di povertà educativa nonché le fasce meno abbienti, impossibilitate ad accedere a dispositivi elettronici e di connessione digitale. Secondo dati Istat riferiti all’anno scolastico 2019-2020, l’8 per cento degli studenti e studentesse non hanno libero accesso alla didattica digitale integrata, percentuale che aumenta al 23 per cento tra gli studenti e le studentesse che riportano condizioni di disabilità mentre è il 20 per cento che la svolge solo saltuariamente;
dunque, è sempre più fondato il rischio che la pandemia e le conseguenti chiusure pregiudichino il diritto all’istruzione, sancito dall’articolo 34 della Costituzione, accentuino le differenze socio-culturali tra i ragazzi, aumentino la dispersione scolastica e i disagi che ne conseguono a discapito dei singoli e dell’intera collettività;
in Italia il tasso di abbandono scolastico precoce presenta valori ancora troppo alti e, per quanto negli ultimi anni sia stato parzialmente recuperato, oggi appare molto forte il rischio di peggiorare nuovamente la situazione come conseguenza della pandemia;
i dati dimostrano che la generazione degli adolescenti di oggi vedrà ricadere le conseguenze della perdita di apprendimento, derivante dalla chiusura delle scuole e dall’adozione della didattica a distanza, sulla qualità della vita per il futuro, a cominciare dal loro livello medio di retribuzione nel corso della vita che si stima sarà inferiore per una percentuale dall’1,6 al 3,3 per cento. Tali ripercussioni saranno ancora più gravi se i soggetti si trovano in condizioni di maggiore debolezza e più rilevante svantaggio economico e sociale;
sebbene non sia stata ancora effettuata alcuna misura delle conseguenze della perdita degli apprendimenti, da più parti si richiama il rischio che l’accumulo di learning loss sia ormai difficilmente colmabile: secondo uno studio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) per ogni terzo di anno di insegnamento efficace perso si assiste ad una riduzione del Prodotto interno lordo (PIL) dell’1,5-2 per cento per la durata della vita lavorativa degli studenti di oggi di 6-18 anni;
oltre ai disagi causati dall’adozione della didattica a distanza, le scuole si sono dovute confrontare anche con le difficoltà connesse ai ritardi nelle procedure delle assegnazioni e al cambiamento dei docenti con conseguenze importanti sulla continuità didattica in una fase in cui il docente è stato spesso visto solo dietro lo schermo; la mancata continuità didattica appare particolarmente rilevante per quanto riguarda le cattedre del sostegno;
un «Indagine sull’impatto psicologico e comportamentale sui bambini delle famiglie in Italia» – promossa dall’Irccs Giannina Gaslini di Genova – ha evidenziato come le restrizioni imposte dalle misure governative abbiano determinato e determinino nei bambini e negli adolescenti disturbi di «componente somatica» come disturbi d’ansia e disturbi del sonno, difficoltà di addormentamento, difficoltà di risveglio per iniziare le lezioni a distanza, con una significativa alterazione del ritmo del sonno;
l’assenza di socialità provocata dalla sospensione della didattica in presenza sta determinando conseguenze gravi anche in termini di disagio psichico negli adolescenti e nei bambini. Particolarmente allarmanti sono proprio i dati diffusi dall’Ospedale pediatrico Meyer che evidenziano che i casi di anoressia e di ideazione suicidiaria nella fascia di età 12-18, nei mesi gennaio-febbraio 2021 siano quadruplicati rispetto ai mesi gennaio-febbraio 2020;
altra criticità è l’emergenza alimentare correlata alla chiusura delle mense delle scuole statali e paritarie: il monitoraggio effettuato da Save the Children per il tramite dei suoi Punti luce sparsi sul territorio, stima che 160 mila alunni siano rimasti senza cibo e/o pasti bilanciati. Lo studio evidenzia, infatti, che tenere le scuole aperte significa per i bambini più poveri, consumare un pasto completo, spesso l’unico della giornata. Alla povertà alimentare si associa, quale altra faccia della medesima medaglia, il disagio alimentare ovvero l’aumento esponenziale del consumo del cosiddetto “cibo spazzatura”. La mensa scolastica, quindi, luogo ove promuovere l’educazione alimentare e avvicinare i bambini ai prodotti locali;
il Centro di ricerca Innocenti dell’Unicef ha diffuso a settembre 2020 lo studio «Sfere di influenza – Un’analisi dei fattori che condizionano il benessere dei bambini nei paesi ricchi», nel quale si legge: «quella che è iniziata come una crisi sanitaria si è progressivamente allargata, andando a interessare tutti gli aspetti delle economie e delle società. Se da un lato i bambini sembrano non subire gli effetti diretti più gravi sulla salute provocati dal virus, dall’altro, come ci hanno insegnato crisi precedenti, saranno uno dei gruppi più colpiti dal suo impatto a lungo termine»;
a subire le conseguenze della chiusura delle scuole e del ricorso alla didattica a distanza sono, oltre agli studenti e alle studentesse, i lavoratori genitori, ivi compresi quelli appartenenti alle categorie professionali oggi considerate essenziali quali ad esempio le categorie del settore sanitario;
tale condizione sta, inoltre, pregiudicando prevalentemente l’occupazione femminile, in quanto la donna è spesso il soggetto che si trova in condizioni lavorative di maggiore precarietà, con retribuzioni economiche inferiori e con la preminente funzione di cura di genitori anziani e figli piccoli e quindi più facilmente indotta a rimanere a casa con i figli;
la malattia generata dal contagio del Coronavirus può manifestarsi anche nei bambini e adolescenti, in particolare in quelli con un’età inferiore ai 12 anni, ma con sintomi meno gravi rispetto a quelli manifestati dagli adulti. Numerosi studi, infatti, indicano come caratteristica intrinseca di questa tipologia di virus, quella di una minore capacità di trasmissione dello stesso tra bambini, adolescenti e giovani, e da questi ultimi agli adulti, ragion per cui la scuola e i contesti formativi frequentati prevalentemente da giovani possono considerarsi tra i luoghi e gli spazi sociali più sicuri, nel rispetto continuo delle regole e dei protocolli sanitari previsti proprio dal Comitato tecnico scientifico;
è senza dubbio apprezzabile la distribuzione gratuita di mascherine e gel igienizzante a tutto il personale scolastico e agli studenti che consente a tutti di proteggersi a prescindere dalle condizioni economiche familiari. Cionondimeno l’essere stati chiamati a distribuire 11 milioni di mascherine al giorno ha inevitabilmente evidenziato talune criticità legate all’acquisizione massivo delle stesse da parte della struttura commissariale, criticità riconducibili talvolta alla distribuzione e talvolta alla qualità e alle caratteristiche delle stesse;
nell’ambito di uno studio promosso dall’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, dalla Società italiana di pediatra e dalla Società italiana di ortofonologia, fra ottobre e dicembre 2020 si è svolta un’indagine specifica che ha coinvolto due plessi scolastici per un totale di 1262 soggetti, 1094 studenti, 141 insegnanti e 27 addetti del personale: più del 96 per cento del totale. Gli screening si sono svolti a inizio settembre e poi sono proseguiti a cadenza mensile. Nel primo round sono stati testati 1099 campioni e solo un soggetto è risultato positivo, nel secondo a fronte di 1075 solo 7 sono risultati positivi e nel terzo, su 1257 test, solo 3 studenti sono risultati positivi. In totale, quindi, 11 persone più 5 debolmente positive su 14 classi. Solo due soggetti, tra quelli positivi, hanno condiviso la stessa classe nello stesso intervallo temporale, ma gli autori ritengono improbabile che il virus sia stato trasmesso tra di loro, quindi in realtà non è stato identificato alcun contagio verificato nel contesto scolastico, tanto che gli autori definiscono la scuola un luogo sicuro purché le precauzioni indicate nei protocolli vengano sempre rispettate;
durante la cosiddetta seconda ondata della pandemia da Covid-19, la maggioranza degli Stati europei ha deciso di mantenere aperti gli istituti scolastici di ogni ordine e grado, considerandoli luoghi sicuri. Si è disposta la chiusura degli stessi solo nell’ambito di un lockdown generalizzato e totale;
secondo dati riportati dall’Unesco Paesi come Francia, Spagna, Austria, Svizzera, Belgio hanno deciso di mantenere le scuole aperte, sempre nel rispetto dei protocolli sanitari indicati dai diversi Stati, come l’utilizzo obbligatorio delle mascherine per alunni, docenti e per l’intero personale scolastico, il rispetto del distanziamento, aerazione, sanificazione e monitoraggio continuo attraverso l’utilizzo periodico di test per Covid-19 all’interno delle strutture scolastiche e formative. Altri Paesi, come Germania e Regno Unito, hanno riaperto gli istituti scolastici gradualmente dopo periodi di lockdown totale, anche a causa della maggiore presenza delle diverse varianti del Coronavirus;
inoltre, secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss) diffusi il 30 dicembre 2020, solo il 2 per cento dei focolai avrebbe origine all’interno del contesto scolastico. Infatti i tre luoghi a maggior rischio di contagio da Coronavirus risultano le abitazioni private, gli ambiti sanitari e quelli professionali-lavorativi;
l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) sottolinea come la scuola ricopra un ruolo fondamentale per la società e in particolar modo per la vita dei bambini: la chiusura delle scuole non risulta essere una misura di contrasto che possa incidere in modo significativo sul controllo della pandemia in corso e dovrebbe, inoltre, rappresentare l’ultima risorsa cui attingere nella strategia di contrasto e controllo della pandemia. Secondo gli studi e le analisi dell’ECDC se fossero state adottate le misure adeguate al contenimento del contagio, le scuole avrebbero rappresentato luoghi a rischio come qualsiasi altro luogo pubblico in quanto l’incidenza della trasmissibilità di Covid-19 nelle scuole sembra essere strettamente connessa ai livelli di trasmissione presenti nella comunità e non il contrario. L’apertura delle scuole non sembra, quindi, aver influito significativamente sulla maggiore diffusione del virus che ha condotto alla cosiddetta seconda e terza ondata;
secondo l’Istituto superiore di sanità (ISS), in Italia, si è stimato che la cosiddetta variante inglese del virus Sars-Cov-2 ha una trasmissibilità superiore del 37 per cento rispetto ai ceppi non varianti. I bambini, in particolare i più piccoli, sembrano essere meno suscettibili all’infezione da Sars-Cov-2 rispetto ai bambini più grandi e agli adulti, il che sembra verificarsi anche per la cosiddetta variante inglese, che manifesta un aumento cospicuo della trasmissibilità in tutte le fasce di età. Al momento non vi sono evidenze scientifiche che dimostrino un aumento di sintomatologie, ricoveri o decessi dovuti alla circolazione della variante inglese, né che la stessa sia resistente ai vaccini tuttora in uso nel nostro Paese;
nonostante la diffusione delle nuove varianti, la cosiddetta terza ondata del contagio, non evidenzia una maggiore velocità di diffusione del virus rispetto alla seconda ondata, ma esattamente il contrario. Anche la portata del contagio è nettamente inferiore: il valore del picco d’incidenza – positivi su 7 giorni per 100mila abitanti – della seconda ondata è stato di 412, mentre il valore di picco attuale è di 266, raggiunto il 17 marzo 2021;
secondo una recentissima e imponente ricerca italiana condotta da una squadra di epidemiologi, medici, biologi e statistici, tra cui Sara Gandini dello Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, sulla base dei relativi dati raccolti si può affermare che la scuola è uno dei luoghi più sicuri rispetto alle eventuali possibilità di contagio del virus. Lo studio è stato realizzato attraverso un’analisi incrociata dei dati del Ministero dell’istruzione con quelli delle Agenzie di tutela della salute e della Protezione civile su un campione di più di 7,3 milioni di studenti e 770 mila insegnanti. Il tasso di positività tra i ragazzi risulta inferiore all’1 per cento dei tamponi effettuati, percentuale che non influenza significativamente la curva pandemica. I giovani contagiano il 50 per cento in meno rispetto agli adulti, anche nel caso di variante inglese. I focolai da Sars-Cov-2 all’interno delle aule scolastiche sono molto rari e la frequenza nella trasmissione da studente a docente è statisticamente poco rilevante e quindi i docenti non sembrano rientrare tra le categorie professionali a maggior rischio di contagio;
la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza indica, all’articolo 3, la necessità che tutte le decisioni relative a bambini e adolescenti debbano considerare preminente l’interesse di detti soggetti e all’articolo 28 prevede che gli Stati debbano promuovere la regolarità della frequenza scolastica e la diminuzione del tasso di abbandono;
impegna il Governo:
1) a intraprendere ogni possibile iniziativa finalizzata alla riapertura in sicurezza degli istituti scolastici e dei servizi educativi per l’infanzia per riprendere, ove interrotta o limitata, l’indispensabile attività didattica in presenza, nonché a sostenere a questo scopo, anche con adeguati finanziamenti straordinari e misure di accompagnamento, il sistema nazionale di istruzione e formazione oltre che, per quanto di competenza, gli enti locali;
2) a proseguire, concludendola nel minor tempo possibile, la vaccinazione di tutto il personale scolastico;
3) a considerare prioritaria la riapertura delle attività in presenza nelle scuole rispetto ad altre attività essenziali, anche in considerazione del minor rischio di contagio e dell’importanza educativa dell’istituzione scolastica per l’intera comunità;
4) a definire, con il maggior livello di dettaglio possibile, criteri (condizioni e indicatori di contagio) validi su tutto il territorio nazionale che debbano sussistere, senza eccezione alcuna, affinché possa, eventualmente ed in via residuale, procedersi alla temporanea chiusura di singoli istituti scolastici o singole classi;
5) a promuovere interventi specifici per l’istruzione e formazione professionale e per il sistema ITS, particolarmente colpiti dalla sospensione delle attività in presenza;

6) ad avviare un confronto con gli Enti territoriali e locali al fine di attuare misure organizzative del trasporto pubblico locale che possa agevolare, in piena sicurezza, il diritto a svolgere le attività didattiche in presenza per gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado;
7) ad adottare iniziative urgenti a tutela della sfera emotiva, psicologica e pedagogica, anche attraverso l’utilizzo di figure professionali come educatori, pedagogisti e psicologi, anche implementando presidi educativi e sociali di prossimità oltre che mediante l’istituzione negli istituti scolastici, di sportelli di ascolto psicologico, nell’ambito del patto educativo scuola-famiglia, che svolgano attività di prevenzione, informazione, sostegno e consulenza con l’ausilio di personale specializzato e di guida verso eventuali servizi territoriali, a sostegno dell’intera comunità scolastica;

8) ad accelerare l’adozione di protocolli di prevenzione, protezione e controllo più frequenti, più rapidi e più rigidi affinché si possano riaprire in sicurezza le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado. A tal fine si dovrebbe prevedere l’attivazione, presso le Asl, di servizi mirati di prevenzione e controllo dell’infezione da Sars-Cov-2 nelle scuole e nei servizi educativi anche per la profilazione del numero di contagi e quarantene che avvengono nei singoli istituti scolastici, la somministrazione di test antigenici rapidi per lo screening dell’intera popolazione studentesca così come già previsto nell’Intesa Stato-Regioni siglata il 23 dicembre 2020 oltre che l’installazione di termo-scanner e di sistemi per la ventilazione meccanica controllata ove i più avanzati studi scientifici ne dimostrino l’efficacia;

9) ad adoperarsi al fine di verificare che l’acquisto e la distribuzione delle mascherine presso gli istituti scolastici avvengano nel pieno rispetto delle caratteristiche e dell’età dei bambini cui sono destinate e, altresì, a valutare l’opportunità di fornire le scuole di mascherine che assicurino un più elevato standard di sicurezza (FFP2) anche in virtù della maggiore contagiosità delle nuove varianti del virus;
10) ad avviare, al fine di valutare con la massima trasparenza l’impatto della didattica a distanza e della didattica digitale sul livello degli apprendimenti degli studenti e sul benessere psico-fisico dei bambini e dei ragazzi, il monitoraggio qualitativo e quantitativo delle misure messe in atto dalle scuole per l’insegnamento mediante l’utilizzo di strumenti digitali in conseguenza delle misure di contenimento adottate per l’emergenza da Sars-Cov-2 attraverso l’INVALSI e l’INDIRE;
11) a promuovere campagne di adeguata informazione vaccinale e regole di comportamento che limitino la diffusione del contagio al fine di diffondere maggiore consapevolezza e sicurezza sanitaria tra personale docente e non docente, studenti e famiglie, per tornare quanto prima alla quotidianità e ad una vita equilibrata, sia da un punto di vista socio-psico-pedagogico sia didattico-educativo;
12) ad attivare modalità di recupero e consolidamento degli apprendimenti, in particolare nella scuola secondaria, anche al fine di recuperare i gap formativi che una scuola “a singhiozzo” ha inevitabilmente creato anche al fine di sostenere e supportare gli studenti più fragili e maggiormente esposti all’abbandono scolastico.

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🎧 “Da vaccinato vi spiego perché l’obbligo per i sanitari è inutile oltre che illegittimo”

🎧 “Da vaccinato vi spiego perché l’obbligo per i sanitari è inutile oltre che illegittimo”

Sta facendo molto discutere l’obbligo vaccinale per i sanitari introdotto, pena il demansionamento, nell’ultimo decreto Covid del primo Aprile. abbiamo raccolto la testimonianza di un medico che lavora in un noto ospedale della toscana che, da vaccinato, ci spiega perché è contrario.

AVVERTENZA: abbiamo mantenuto, come richiesto dalla fonte, e come nostro obbligo di giornalisti sia deontologico che giuridico, l’anonimato. Quindi l’intervista AUDIO è interpretata da un nostro speaker.
Cosa pensa dell’obbligo vaccinale per i sanitari

Per centrare subito il nocciolo della questione penso sia illegittimo, oltre che completamente inutile nella pratica. Sull’inutilità dell’obbligo vaccinale per i sanitari bastano poche parole in quanto è stato lo stesso ministro Speranza (dati alla mano) ad affermare che si tratta di una forma di intervento che “va ad agire su una quota di sanitari molto residuale” in quanto l’adesione dei sanitari alla vaccinazione è stata massiva.  Per altro, i vaccini attualmente in uso non prevengono dal rischio di contagio  ma sono utili a ridurre la gravità clinica di malattia.

Per quanto riguarda la legittimità la questione è più articolata ma vale la pena affrontarla per punti perché è una riflessione che va a toccare concetti fondanti della nostra democrazia e quindi della professione medica. Evito volutamente di addentrarmi in riferimenti di legge che appesantirebbero le fluidità delle argomentazioni, ma do per acquisito che documenti quali la Convenzione di Oviedo, il Codice di Norimberga e l’art 32 della Costituzione siano ben noti a tutti i sanitari che leggono/ascoltano.

Dunque, nel momento in cui un trattamento sanitario viene proposto come obbligatorio (cosa per altro rarissima e che può essere giustificata solo da una situazione di reale necessità e/o pericolo),  devono essere SEMPRE rispettate almeno 3 condizioni (sentenza Corte Costituzionale  n 258/94):

  • IL TRATTAMENTO DEVE ESSERE DIRETTO A PRESERVARE LO STATO DI SALUTE DI CHI VI E’ ASSOGETTATO E A PRESERVARE LO STATO DI SALUTE DEGLI ALTRI

Questa condizione è contraddetta da AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco)[1] che autorizzando l’uso del vaccino ricorda che anche i vaccinati possono comunque contrarre il virus ed essere fonte di contagio per altri e raccomanda il mantenimento in uso dei presidi di protezione individuale anche per i soggetti vaccinati a scongiurare questa eventualità.

  • Il TRATTAMENTO NON DEVE INCIDERE NEGATIVAMENTE SULLA SALUTE DI CHI VI è SOTTOPOSTO

Nemmeno questa condizione è garantita perché i vaccini attualmente in uso sono vaccini ancora in fase sperimentale III  impiegati su larga scala solo in via emergenziale.

Gli effetti collaterali del vaccino a medio e lungo termine non sono noti, non è indagata l’eventuale cancerogenicità o genotossicità e i dati di sicurezza sono attualmente insufficienti. Ciò e esplicitato sullo stesso bugiardino con un triangolo nero rovesciato accompagnato dalla dicitura  “farmaco soggetto a monitoraggio”.

D’altra parte, ragionando all’opposto e per assurdo, se la sicurezza di somministrazione fosse già assodata non avrebbe senso l’introduzione dello scudo penale per il personale vaccinatore contenuto nello stesso decreto.

In un recente passato sono stati resi obbligatori altri vaccini in cui però si era già ottenuta un’approvazione in via definitiva dall’EMA e dalla FDA (e per cui non è previsto alcuno scudo penale del personale vaccinatore), ma ciò può richiedere oltre 10 anni di osservazione clinica, lusso che attualmente per ovvie ragioni non possiamo permetterci.

  • NELL’IPOTESI IN CUI DAL TRATTAMENTO OBBLIGATORIO SI PRODUCA UN DANNO DEVE ESSERE PREVISTO UN INDENNIZZO A FAVORE DEL DANNEGGIATO

Attualmente chi si sottopone a vaccinazione sottoscrive un consenso informato in cui accetta consapevolmente il rischio di eventuali effetti collaterali per altro ancora non completamente noti sollevando da ogni responsabilità tanto lo Stato quanto la casa produttrice. Va da sè che se il vaccino diventa un obbligo lo stato dovrebbe farsi carico di eventuali risarcimenti da danno da vaccino, ma questa eventualità non è esplicitata nel decreto e rimane una questione aperta

Infine, e questa è la cosa che più mi lascia perplesso, esiste una recente risoluzione del Consiglio d’Europa (n 2361_2021) che vieta agli stati di rendere obbligatoria la vaccinazione anti covid e vieta di usarla per discriminare i lavoratori. Davvero questo decreto attuativo dello Stato mi sorprende. In due righe si liquidano  decenni di conquiste democratiche e tutele personali in nome di uno stato di emergenza e di un presunto bene collettivo. Chi decide qual è il bene collettivo e quale sia il limite invalicabile? Se manca questo parametro di riferimento le derive possono essere pericolose.

Che clima si respira in corsia?

Difficile descriverlo. Sicuramente il clima non è sereno. Percepisco tra colleghi in corsia un silenzio assordante che faccio fatica ad interpretare e ad accettare.  Constato la completa mancanza di un dibattito aperto e critico e non saprei dire se ciò dipende da disinformazione, disinteresse (ribadisco che i sanitari hanno aderito in massa), fideismo o da una sorta di autocensura secondaria alle forti pressioni che comunque ci avvertono da parte della dirigenza sanitaria.

Se posso sbilanciarmi però mi sembra prevalga quasi  un intento di essere punitivi verso chi non adempie in ossequio a un dictat e a una ideologia, piuttosto che quello di garantire la tutela verso un “consenso informato, libero e non condizionato” .  Tutto ciò mi ferisce come cittadino ma anche come medico perché la medicina non è solo protocolli e linee guida. Il metodo scientifico fa del dubbio un presupposto metodologico e lo scienziato vero (ma anche il medico clinico) è una persona che continuamente pone domande, ricerca le fonti, mette in gioco idee, osservazioni, pensieri. Il dogma non fa parte del metodo scientifico con buona pace di che professa facili verità e ancor più facili coercizioni.

Il silenzio assordante, però, non è solo in corsia. E’ per strada, in televisione, sui giornali. Una sorta di anestesia, di stanchezza che porge il fianco a un sentimento di rabbia non ben finalizzata e pericolosa.

Voci critiche ci sono? Perché non vengono allo scoperto?

Perché sono una minoranza e perché il decreto, nel momento in cui prevede un de-mansionamento o addirittura l’astensione non retribuita  dal lavoro (per altro anche per i professionisti privati, i farmacisti e i parafarmacisti!) attua una discriminazione  e una forte penalizzazione economica.  Questa minoranza comunque si sta organizzando. Su canali più nascosti o sui social si scoprono comunque numerose voci critiche. Il decreto è già esecutivo a tutti gli effetti per cui già nei prossimi giorni sono sicuro che verranno presentati ricorsi e diffide.

Che riflessioni suscita il dibattito in corso sull’obbligo vaccinale? 

Delle riflessioni etiche e scientifiche ho già parlato. Mi permetto una riflessione pratica che forse non è di immediata intuizione a chi non conosce il mondo sanitario. Non c’è ospedale attualmente in Italia che non soffra di gravi carenze organiche. Non c’è infermiere o medico (soprattutto nel campo dell’area critica o dell’emergenza) che non abbia decine e decine di giorni di ferie non goduti, centinaia di ore lavorate in  esubero non recuperate, mesi e mesi di congedi non utilizzati. Quest’anno di pandemia ha richiesto a tutto il mondo sanitario un ulteriore sforzo sul piano professionale, fisico e familiare. Nessun sanitario si è sottratto in nessun contesto.

Mi chiedo: siamo sicuri che il de-mansionamento temporaneo (o addirittura il congedo) non sia quasi un privilegio a questo punto? E soprattutto, siamo sicuri che con mesi di ferie non godute e tali esuberi orari accumulati si possa ricorrere a pene economiche? E infine… siamo sicuri che l’attuale SSN, con tale sofferenza organica, possa permettersi di rinunciare a forza lavoro, seppur di poche unità? Penso proprio sia un autogol su tutta la linea.Nei fatti questo decreto ha 2 conseguenze

  • fa passare un’idea pericolosa: l’idea che l’emergenza possa giustificare anche violazioni di diritto impensabili fino a pochi mesi fa
  • rompe  un’alleanza imprescindibile in fase pandemica: l’alleanza fra la popolazione e il mondo sanitario. Insinua il sospetto, il sospetto che la mano che ti cura possa essere veicolo di infezione, quando invece il rischio del contagio da parte dei sanitari è un falso problema: si lavora in corsia con doppia mascherina, camici e doppio guanto, è noto che in mancanza di sintomi anche la contagiosità è drasticamente ridotta, la quasi totalità dei sanitari è già vaccinata, c’è attualmente ampia disponibilità di tamponi rapidi per monitoraggi seriati.

Il lavoro da fare è l’opposto: va chiuso il cerchio della cura, e per far ciò occorrono investimenti strutturali, va rinsaldata un’alleanza, ci deve essere un riconoscimento delle buone pratiche e la correzione costante dell’errore.  Bisogna educare, coinvolgere, unire e rendere consapevoli.

Lei è un no vax?

Fino ad ora ho volutamente omesso di dirlo ma faccio parte della quota di sanitari già vaccinati con Pfizer.  Ho deciso di vaccinarmi dopo una lunga riflessione soppesando pro e contro (dati scientifici preliminari disponibili, mio personale rischio professionale, fattori di rischio sanitario individuale, paure e credenze) ma la riflessione sulla non non-legittimità del decreto non cambia di una virgola.  Per altro l’etichetta No Vax è assolutamente fuorviante. Se anche avessi deciso di non vaccinarmi non mi sarei considerato “NO VAX”. Queste etichette servono a screditare l’interlocutore in un dibattito che, invece, deve essere dialettico, scientifico e rispettoso

Cosa pensa  di questi vaccini e della campagna vaccinale per come è stata messa in piedi finora?

Le considerazioni sono fin troppo ovvie. Evidentemente è troppo lenta e una campagna vaccinale portata avanti per step asincroni può rivelarsi davvero controproducente. Se da un lato non abbiamo ancora cominciato a vaccinare i soggetti a rischio, dall’altro bisogna già cominciare a pensare al richiamo per chi si è vaccinato a gennaio. Non è un problema da poco conto. A me sembra che il concetto che il vaccino non dia un’immunità permanente non sia ancora acquisito (tanto è vero che è prevista la vaccinazione anche di chi ha già fatto la malattia) e che la rivendicazione vera in un contesto in cui i vaccini arrivano a singhiozzi non sia la vaccinazione dei sanitari bensì quella della fascia di popolazione più fragile (fragile di salute ma anche per condizione sociale).

Vaccinando cosi lentamente senza bloccare la diffusibilità virale si rischia di selezionale ceppi di resistenza al vaccino. I media non sono di supporto, si alimentano polemiche marginali che poi causano paura e isolamento.

Sono però consapevole che non sia una situazione facile da organizzare e continuamente insorgono intoppi e problemi su cui non ho competenze per formulare giudizi.

Più che altro attendo risposte a domande, risposte che purtroppo non arriveranno presto. Ad esempio i tempi dei richiami vaccinali sono ancora da definire, mancano dati certi sulla possibilità di resistenza vaccinale per i nuovi ceppi, è presto per avere idea della prevalenza della ADE (antibody dependent enhancement), e anche per sapere se ci possono essere effetti avversi nell’inoculazione di vaccini di diverso tipo in tempi diversi.

Cosa avrebbe cambiato della gestione dell’emergenza?

Come tutti nel tempo sono caduto nel gioco infinito della critica e e dell’opinione alternativa costante su ogni dpcm prodotto da un anno a questa parte.  Senza riscontri concreti è un gioco sterile. Sicuramente penso che la gestione pandemica a livello sanitario vada diversificata e può rivelarsi un errore puntare tutto sul vaccino. La gestione delle pandemie si gioca sul lungo termine e accorgersene tardi può essere fatale. Lo sforzo economico prodotto per la produzione di vaccini (oltre 140 in attesa di approvazione) si deve associare alla volontà di individuare terapie adeguate e ad uno sforzo  organizzativo di ripensamento globale del nostro SSN.  L’unica certezza è che questa emergenza rappresenta una svolta epocale. Si è aperto un nuovo scenario che fino ad un anno fa non era nemmeno immaginabile. Tutto ciò richiede anche risposte nuove, pensieri nuovi, deve essere l’occasione di un ripensamento profondo di tutta la nostra struttura sociale sul piano organizzativo ed etico senza perdere ulteriore tempo.

Questo riguarda anche l’idea di salute e di cura che portiamo avanti come sanitari. Va ripensato tutto. La pandemia ci ha fatto rivalutare l’importanza della medicina territoriale (finalmente) e l’idea di prevenzione (sono i fattori di rischio e gli stili di vita che condizionano poi l’andamento della malattia).  Abbiamo finalmente intuito sulla nostra pelle quanto sia essenziale e sano il tempo passato all’aria aperta  (invece che rinchiusi costantemente in case, ristoranti, automobili) e quanto il contatto e l’interazione sociale sia una necessità irrinunciabile. Queste riflessioni non possono rimanere solo teoriche e non si può tardare ulteriormente. Andrebbero introdotte nel nostro vissuto quotidiano.

 

Un esempio?

Ne avrei molti, ma voglio rimanere sul tema sanitario. Tutti i sanitari che hanno vissuto in prima persona l’emergenza Covid conservano una ferita aperta: il ricordo di pazienti che da soli, completamente soli, hanno vissuto l’allontanamento dai familiari, la malattia e la morte. Si è trattato di una necessità di ordine pratico: l’accesso dei parenti in ospedale è un rischio per loro stessi e per la struttura. La contaminazione di ospedali, sale operarie e reparti sarebbe fatale.

Ad un anno dall’inizio dell’emergenza ancora vige questa norma: nessun familiare, amico, congiunto può valicare la soglia dell’ospedale. Si muore quasi sempre da soli, si guarisce soli. Punto. Mi chiedo se dopo un anno questo sia ancora lecito.

Mi chiedo se la dignità del fine vita e della malattia non meritasse un’attenzione etica e uno sforzo organizzativo in più. Non so se una soluzione sia fattibile in tutti i contesti, ma io non ho mai nemmeno sentito porre la questione. Con immensa sofferenza da parte di alcuni e assoluta indifferenza da parte di altri, a questa questione etica e morale abbiamo abdicato subito. Eppure nel mio piccolo ho sempre dato per scontato che il senso di qualsiasi esperienza si rivelasse nella fine, compresa quella dell’esperienza più grande: la morte.  Questo è un triste indizio della società che rischiamo di diventare se non raccogliamo tutto il potenziale racchiuso in questo cambiamento epocale e se non costruiamo ponti e alleanze per produrre una visione nuova e una chiara scala di priorità di quelli che sono i nostri valori sociali e i nostri diritti.

[1] faq AIFA rapporto ISS n 4/2021 del 13/3/21

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🎧 “Da vaccinato vi spiego perché l’obbligo per i sanitari è inutile oltre che illegittimo”

🎧 “Da vaccinato vi spiego perché l’obbligo per i sanitari è inutile oltre che illegittimo”

Sta facendo molto discutere l’obbligo vaccinale per i sanitari introdotto, pena il demansionamento, nell’ultimo decreto Covid del primo Aprile. abbiamo raccolto la testimonianza di un medico che lavora in un noto ospedale della toscana che, da vaccinato, ci spiega perché è contrario.

AVVERTENZA: abbiamo mantenuto, come richiesto dalla fonte, e come nostro obbligo di giornalisti sia deontologico che giuridico, l’anonimato. Quindi l’intervista AUDIO è interpretata da un nostro speaker.
Cosa pensa dell’obbligo vaccinale per i sanitari

Per centrare subito il nocciolo della questione penso sia illegittimo, oltre che completamente inutile nella pratica. Sull’inutilità dell’obbligo vaccinale per i sanitari bastano poche parole in quanto è stato lo stesso ministro Speranza (dati alla mano) ad affermare che si tratta di una forma di intervento che “va ad agire su una quota di sanitari molto residuale” in quanto l’adesione dei sanitari alla vaccinazione è stata massiva.  Per altro, i vaccini attualmente in uso non prevengono dal rischio di contagio  ma sono utili a ridurre la gravità clinica di malattia.

Per quanto riguarda la legittimità la questione è più articolata ma vale la pena affrontarla per punti perché è una riflessione che va a toccare concetti fondanti della nostra democrazia e quindi della professione medica. Evito volutamente di addentrarmi in riferimenti di legge che appesantirebbero le fluidità delle argomentazioni, ma do per acquisito che documenti quali la Convenzione di Oviedo, il Codice di Norimberga e l’art 32 della Costituzione siano ben noti a tutti i sanitari che leggono/ascoltano.

Dunque, nel momento in cui un trattamento sanitario viene proposto come obbligatorio (cosa per altro rarissima e che può essere giustificata solo da una situazione di reale necessità e/o pericolo),  devono essere SEMPRE rispettate almeno 3 condizioni (sentenza Corte Costituzionale  n 258/94):

  • IL TRATTAMENTO DEVE ESSERE DIRETTO A PRESERVARE LO STATO DI SALUTE DI CHI VI E’ ASSOGETTATO E A PRESERVARE LO STATO DI SALUTE DEGLI ALTRI

Questa condizione è contraddetta da AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco)[1] che autorizzando l’uso del vaccino ricorda che anche i vaccinati possono comunque contrarre il virus ed essere fonte di contagio per altri e raccomanda il mantenimento in uso dei presidi di protezione individuale anche per i soggetti vaccinati a scongiurare questa eventualità.

  • Il TRATTAMENTO NON DEVE INCIDERE NEGATIVAMENTE SULLA SALUTE DI CHI VI è SOTTOPOSTO

Nemmeno questa condizione è garantita perché i vaccini attualmente in uso sono vaccini ancora in fase sperimentale III  impiegati su larga scala solo in via emergenziale.

Gli effetti collaterali del vaccino a medio e lungo termine non sono noti, non è indagata l’eventuale cancerogenicità o genotossicità e i dati di sicurezza sono attualmente insufficienti. Ciò e esplicitato sullo stesso bugiardino con un triangolo nero rovesciato accompagnato dalla dicitura  “farmaco soggetto a monitoraggio”.

D’altra parte, ragionando all’opposto e per assurdo, se la sicurezza di somministrazione fosse già assodata non avrebbe senso l’introduzione dello scudo penale per il personale vaccinatore contenuto nello stesso decreto.

In un recente passato sono stati resi obbligatori altri vaccini in cui però si era già ottenuta un’approvazione in via definitiva dall’EMA e dalla FDA (e per cui non è previsto alcuno scudo penale del personale vaccinatore), ma ciò può richiedere oltre 10 anni di osservazione clinica, lusso che attualmente per ovvie ragioni non possiamo permetterci.

  • NELL’IPOTESI IN CUI DAL TRATTAMENTO OBBLIGATORIO SI PRODUCA UN DANNO DEVE ESSERE PREVISTO UN INDENNIZZO A FAVORE DEL DANNEGGIATO

Attualmente chi si sottopone a vaccinazione sottoscrive un consenso informato in cui accetta consapevolmente il rischio di eventuali effetti collaterali per altro ancora non completamente noti sollevando da ogni responsabilità tanto lo Stato quanto la casa produttrice. Va da sè che se il vaccino diventa un obbligo lo stato dovrebbe farsi carico di eventuali risarcimenti da danno da vaccino, ma questa eventualità non è esplicitata nel decreto e rimane una questione aperta

Infine, e questa è la cosa che più mi lascia perplesso, esiste una recente risoluzione del Consiglio d’Europa (n 2361_2021) che vieta agli stati di rendere obbligatoria la vaccinazione anti covid e vieta di usarla per discriminare i lavoratori. Davvero questo decreto attuativo dello Stato mi sorprende. In due righe si liquidano  decenni di conquiste democratiche e tutele personali in nome di uno stato di emergenza e di un presunto bene collettivo. Chi decide qual è il bene collettivo e quale sia il limite invalicabile? Se manca questo parametro di riferimento le derive possono essere pericolose.

Che clima si respira in corsia?

Difficile descriverlo. Sicuramente il clima non è sereno. Percepisco tra colleghi in corsia un silenzio assordante che faccio fatica ad interpretare e ad accettare.  Constato la completa mancanza di un dibattito aperto e critico e non saprei dire se ciò dipende da disinformazione, disinteresse (ribadisco che i sanitari hanno aderito in massa), fideismo o da una sorta di autocensura secondaria alle forti pressioni che comunque ci avvertono da parte della dirigenza sanitaria.

Se posso sbilanciarmi però mi sembra prevalga quasi  un intento di essere punitivi verso chi non adempie in ossequio a un dictat e a una ideologia, piuttosto che quello di garantire la tutela verso un “consenso informato, libero e non condizionato” .  Tutto ciò mi ferisce come cittadino ma anche come medico perché la medicina non è solo protocolli e linee guida. Il metodo scientifico fa del dubbio un presupposto metodologico e lo scienziato vero (ma anche il medico clinico) è una persona che continuamente pone domande, ricerca le fonti, mette in gioco idee, osservazioni, pensieri. Il dogma non fa parte del metodo scientifico con buona pace di che professa facili verità e ancor più facili coercizioni.

Il silenzio assordante, però, non è solo in corsia. E’ per strada, in televisione, sui giornali. Una sorta di anestesia, di stanchezza che porge il fianco a un sentimento di rabbia non ben finalizzata e pericolosa.

Voci critiche ci sono? Perché non vengono allo scoperto?

Perché sono una minoranza e perché il decreto, nel momento in cui prevede un de-mansionamento o addirittura l’astensione non retribuita  dal lavoro (per altro anche per i professionisti privati, i farmacisti e i parafarmacisti!) attua una discriminazione  e una forte penalizzazione economica.  Questa minoranza comunque si sta organizzando. Su canali più nascosti o sui social si scoprono comunque numerose voci critiche. Il decreto è già esecutivo a tutti gli effetti per cui già nei prossimi giorni sono sicuro che verranno presentati ricorsi e diffide.

Che riflessioni suscita il dibattito in corso sull’obbligo vaccinale? 

Delle riflessioni etiche e scientifiche ho già parlato. Mi permetto una riflessione pratica che forse non è di immediata intuizione a chi non conosce il mondo sanitario. Non c’è ospedale attualmente in Italia che non soffra di gravi carenze organiche. Non c’è infermiere o medico (soprattutto nel campo dell’area critica o dell’emergenza) che non abbia decine e decine di giorni di ferie non goduti, centinaia di ore lavorate in  esubero non recuperate, mesi e mesi di congedi non utilizzati. Quest’anno di pandemia ha richiesto a tutto il mondo sanitario un ulteriore sforzo sul piano professionale, fisico e familiare. Nessun sanitario si è sottratto in nessun contesto.

Mi chiedo: siamo sicuri che il de-mansionamento temporaneo (o addirittura il congedo) non sia quasi un privilegio a questo punto? E soprattutto, siamo sicuri che con mesi di ferie non godute e tali esuberi orari accumulati si possa ricorrere a pene economiche? E infine… siamo sicuri che l’attuale SSN, con tale sofferenza organica, possa permettersi di rinunciare a forza lavoro, seppur di poche unità? Penso proprio sia un autogol su tutta la linea.Nei fatti questo decreto ha 2 conseguenze

  • fa passare un’idea pericolosa: l’idea che l’emergenza possa giustificare anche violazioni di diritto impensabili fino a pochi mesi fa
  • rompe  un’alleanza imprescindibile in fase pandemica: l’alleanza fra la popolazione e il mondo sanitario. Insinua il sospetto, il sospetto che la mano che ti cura possa essere veicolo di infezione, quando invece il rischio del contagio da parte dei sanitari è un falso problema: si lavora in corsia con doppia mascherina, camici e doppio guanto, è noto che in mancanza di sintomi anche la contagiosità è drasticamente ridotta, la quasi totalità dei sanitari è già vaccinata, c’è attualmente ampia disponibilità di tamponi rapidi per monitoraggi seriati.

Il lavoro da fare è l’opposto: va chiuso il cerchio della cura, e per far ciò occorrono investimenti strutturali, va rinsaldata un’alleanza, ci deve essere un riconoscimento delle buone pratiche e la correzione costante dell’errore.  Bisogna educare, coinvolgere, unire e rendere consapevoli.

Lei è un no vax?

Fino ad ora ho volutamente omesso di dirlo ma faccio parte della quota di sanitari già vaccinati con Pfizer.  Ho deciso di vaccinarmi dopo una lunga riflessione soppesando pro e contro (dati scientifici preliminari disponibili, mio personale rischio professionale, fattori di rischio sanitario individuale, paure e credenze) ma la riflessione sulla non non-legittimità del decreto non cambia di una virgola.  Per altro l’etichetta No Vax è assolutamente fuorviante. Se anche avessi deciso di non vaccinarmi non mi sarei considerato “NO VAX”. Queste etichette servono a screditare l’interlocutore in un dibattito che, invece, deve essere dialettico, scientifico e rispettoso

Cosa pensa  di questi vaccini e della campagna vaccinale per come è stata messa in piedi finora?

Le considerazioni sono fin troppo ovvie. Evidentemente è troppo lenta e una campagna vaccinale portata avanti per step asincroni può rivelarsi davvero controproducente. Se da un lato non abbiamo ancora cominciato a vaccinare i soggetti a rischio, dall’altro bisogna già cominciare a pensare al richiamo per chi si è vaccinato a gennaio. Non è un problema da poco conto. A me sembra che il concetto che il vaccino non dia un’immunità permanente non sia ancora acquisito (tanto è vero che è prevista la vaccinazione anche di chi ha già fatto la malattia) e che la rivendicazione vera in un contesto in cui i vaccini arrivano a singhiozzi non sia la vaccinazione dei sanitari bensì quella della fascia di popolazione più fragile (fragile di salute ma anche per condizione sociale).

Vaccinando cosi lentamente senza bloccare la diffusibilità virale si rischia di selezionale ceppi di resistenza al vaccino. I media non sono di supporto, si alimentano polemiche marginali che poi causano paura e isolamento.

Sono però consapevole che non sia una situazione facile da organizzare e continuamente insorgono intoppi e problemi su cui non ho competenze per formulare giudizi.

Più che altro attendo risposte a domande, risposte che purtroppo non arriveranno presto. Ad esempio i tempi dei richiami vaccinali sono ancora da definire, mancano dati certi sulla possibilità di resistenza vaccinale per i nuovi ceppi, è presto per avere idea della prevalenza della ADE (antibody dependent enhancement), e anche per sapere se ci possono essere effetti avversi nell’inoculazione di vaccini di diverso tipo in tempi diversi.

Cosa avrebbe cambiato della gestione dell’emergenza?

Come tutti nel tempo sono caduto nel gioco infinito della critica e e dell’opinione alternativa costante su ogni dpcm prodotto da un anno a questa parte.  Senza riscontri concreti è un gioco sterile. Sicuramente penso che la gestione pandemica a livello sanitario vada diversificata e può rivelarsi un errore puntare tutto sul vaccino. La gestione delle pandemie si gioca sul lungo termine e accorgersene tardi può essere fatale. Lo sforzo economico prodotto per la produzione di vaccini (oltre 140 in attesa di approvazione) si deve associare alla volontà di individuare terapie adeguate e ad uno sforzo  organizzativo di ripensamento globale del nostro SSN.  L’unica certezza è che questa emergenza rappresenta una svolta epocale. Si è aperto un nuovo scenario che fino ad un anno fa non era nemmeno immaginabile. Tutto ciò richiede anche risposte nuove, pensieri nuovi, deve essere l’occasione di un ripensamento profondo di tutta la nostra struttura sociale sul piano organizzativo ed etico senza perdere ulteriore tempo.

Questo riguarda anche l’idea di salute e di cura che portiamo avanti come sanitari. Va ripensato tutto. La pandemia ci ha fatto rivalutare l’importanza della medicina territoriale (finalmente) e l’idea di prevenzione (sono i fattori di rischio e gli stili di vita che condizionano poi l’andamento della malattia).  Abbiamo finalmente intuito sulla nostra pelle quanto sia essenziale e sano il tempo passato all’aria aperta  (invece che rinchiusi costantemente in case, ristoranti, automobili) e quanto il contatto e l’interazione sociale sia una necessità irrinunciabile. Queste riflessioni non possono rimanere solo teoriche e non si può tardare ulteriormente. Andrebbero introdotte nel nostro vissuto quotidiano.

 

Un esempio?

Ne avrei molti, ma voglio rimanere sul tema sanitario. Tutti i sanitari che hanno vissuto in prima persona l’emergenza Covid conservano una ferita aperta: il ricordo di pazienti che da soli, completamente soli, hanno vissuto l’allontanamento dai familiari, la malattia e la morte. Si è trattato di una necessità di ordine pratico: l’accesso dei parenti in ospedale è un rischio per loro stessi e per la struttura. La contaminazione di ospedali, sale operarie e reparti sarebbe fatale.

Ad un anno dall’inizio dell’emergenza ancora vige questa norma: nessun familiare, amico, congiunto può valicare la soglia dell’ospedale. Si muore quasi sempre da soli, si guarisce soli. Punto. Mi chiedo se dopo un anno questo sia ancora lecito.

Mi chiedo se la dignità del fine vita e della malattia non meritasse un’attenzione etica e uno sforzo organizzativo in più. Non so se una soluzione sia fattibile in tutti i contesti, ma io non ho mai nemmeno sentito porre la questione. Con immensa sofferenza da parte di alcuni e assoluta indifferenza da parte di altri, a questa questione etica e morale abbiamo abdicato subito. Eppure nel mio piccolo ho sempre dato per scontato che il senso di qualsiasi esperienza si rivelasse nella fine, compresa quella dell’esperienza più grande: la morte.  Questo è un triste indizio della società che rischiamo di diventare se non raccogliamo tutto il potenziale racchiuso in questo cambiamento epocale e se non costruiamo ponti e alleanze per produrre una visione nuova e una chiara scala di priorità di quelli che sono i nostri valori sociali e i nostri diritti.

[1] faq AIFA rapporto ISS n 4/2021 del 13/3/21

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🎧 “La ciclovia tirrenica mette a rischio la riserva naturale della Lecciona”

🎧 “La ciclovia tirrenica mette a rischio la riserva naturale della Lecciona”

La denuncia di  cittadini e associazioni ambientaliste: “Non siamo contro la ciclovia, ma il percorso è sbagliato e pericoloso: la soluzione c”è:  il tracciato naturale di via dei Tigli”

“A rischio la Riserva Naturale della Lecciona, complesso ecosistema tra Viareggio e Lucca, oltre che ultima area incontaminata della Versilia. Contro ogni logica, il progetto di ciclovia Tirrenica – dal confine francese a Roma – prevede la realizzazione di un nuovo, inutile percorso per attraversare Viareggio. Inutile perché la ciclovia Tirrenica ha già un suo tracciato naturale, il Viale dei Tigli, facilmente adattabile a quanto richiesto dalla normativa Europea” Questa la denuncia di Comitati, WWF, ITALIA NOSTRA.

L’appello lanciato è teso a ribadire “quanto sia deleteria la realizzazione di un’opera che rischia di compromettere un fragilissimo equilibrio naturale”.

La riserva naturale La Lecciona si trova all’interno del Parco naturale Migliarino San Rossore. “Il suo ecosistema costituisce un indubbio valore ambientale anche perché sono sempre più rare dune come queste, ben conservate e caratterizzate da morfologie naturali, dove i processi dinamici naturali si svolgono liberamente” sottolineano le associazioni ambientaliste. “Qualunque intervento teso ad una sua non meglio intesa “riqualificazione” o anche relativo ad una migliore accessibilità è negativo – quando non estremamente dannoso – perché uno dei fattori di rischio degli equilibri naturali è certamente dato da una frequentazione antropica non controllata.Per questa ragione l’idea di renderle percorso (per circa km 2,5) di un tratto della ciclovia tirrenica ha creato sconcerto e sgomento, nonché la immediata mobilitazione non solo di tutte le associazioni ambientaliste presenti sul territorio ma anche di numerosi cittadini”.

“Decisione ancor più sorprendente dal momento che, a breve distanza dalla Lecciona, corre parallelo il Viale dei Tigli: una strada carrabile (anch’essa per altro all’interno del parco) di oltre km 5 , dotata inoltre di due stradelli laterali (larghi circa 3 metri) da anni classificati come piste ciclabili” che secondo le associaizoni potrebbero essere tranquillamente adattate per la ciclovia.

“All’inequivocabile valore ambientale, va ad aggiungersi quello sentimentale che lega generazioni di viareggini alla Lecciona, cittadini di tutte le età e formazione che hanno sempre avvertito quell’area come un paradiso a portata di mano dove spiare di stagione in stagione, i percettibili mutamenti di profumi, colori e silenzi e, anche se non edotti sulle specifiche norme ambientali, hanno sempre istintivamente protetto l’area frequentandola con amore e discrezione, accogliendo e cercando di educare ad un rapporto armonioso con questo sito prezioso i numerosi ospiti di fuori comune che sempre più numerosi hanno imparato a frequentarla, e che ora saranno a fianco dei viareggini pronti a difenderla da questo immotivato sfregio” conclude il comunicato di Comitati, WWF, ITALIA NOSTRA.

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🎧 Covid: ospedali al collasso? “Esagerato dirlo”

🎧 Covid: ospedali al  collasso? “Esagerato dirlo”

Da noi interpellato, il presidente Dattolo  ‘smentisce’ il comunicato stampa diramato poche ore prima dall’Ordine dei Medici di Firenze. “Comunque gli ospedali sono pieni” afferma. Ma quali sono i numeri reali dei ricoveri,  Covid e non covid? Nessuno sembra saperlo. La nostra intervista a SIMONE BALDACCI, FP CIGL ASL Toscana Centro

“Andiamo verso un collasso” titolava così stamattina il comunicato stampa dell’Ordine dei Medici di Firenze, parlando della situazione degli ospedali. Facendo eco ad una denuncia simile  fatta ieri dalla FP CGIL. Solo che nel pomeriggio, da noi interpellato via WA, il presidente dell’Ordine, dott. Pietro Dattolo, ridimensionava l’allarme. Alla domanda se confermasse o meno che si andava verso un collasso delle strutture a causa del carico di pazienti affetti da Covid,  ha risposto testualmente “no, il titolo è esagerato”. Aggiungendo poi, “però gli ospedali sono pieni”. Già, ma, escludendo a questo punto il collasso, ‘quanto’ sono pieni gli ospedali toscani’ ? E quelli fiorentini n particolare?

Pare che su questo non si riesca, ancora una volta,  ad avere la chiarezza che la situazione richiede.

I numeri ufficiali, quelli diffusi nelle varie conferenze stampa, e nelle interrogazioni consiliari, dalla Giunta Regionale, ci dicono che attualmente, in Toscana, sono occupati 274 letti di terapia intensiva su circa 500 immediatamente disponibili, cui possono aggiungersene altri 150 circa, per un totale di 650. Quindi il margine parrebbe bello ampio. Più risicato, ma comunque discreto, il margine per i letti covid  non intensivi, che sono 2500 circa, di cui  1861 occupati, ad oggi.

Quanti cono quelli occupati nell’ASL Toscana-Centro, ovvero la principale ASL Toscana? E quanti più specificamente nell’area fiorentina? Simone Baldacci, della Funzione Publica CGIL, che pure ha rilasciato un comunicato stampa dai toni drammatici ieri, sul punto non sa rispondere. Riguardo alle terapie intensive dice, testualmente, che ‘Careggi fa storia a sé e non si sa esattamente quali siano i numeri’. Nessuna chiarezza nemmeno sul numero dei posti letto covid non intensivi.

Rimane la giusta preoccupazione e l’allarme, che nessuno intende minimizzare assolutamente. Come pure il dramma delle persone ricoverate, e particolarmente di quelle costrette in terapia intensiva. Ma, ci chiediamo, è possibile che in una Regione come la Toscana, in una provincia come quella di Firenze, non si riesca, ancora oggi, ad avere una  chiarezza definitiva sui numeri dei posti letto disponibili?  Siam al collasso o no? la situazione è grave? E quanto? E perché ancora oggi, nonostante i 12 mesi trascorsi, siamo  in carenza di personale medico ed infermieristico? Ed è vero che non ci sono più infermieri disponibili per l’assunzione?  Dove sta la verità?

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