SANTA MARIA MAGGIORE

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La chiesa si trova sull’angolo della piazza di Santa Maria Maggiore ed è costeggiata da via Cerretani. La chiesa esisteva, sia pure con una diversa struttura, forse già in epoca longobarda nell’VIII secolo ed è già documentata nel 931, prima dunque che venissero erette intorno alla città le mura matildine (1078), il cui tratto nord passava in corrispondenza di via de’ Cerretani. Nel 1179 divenne collegiata e fu una delle dodici antiche priorie. Passata ai cistercensi, venne ricostruita in forme gotiche nel XIII secolo, forse mantenendo in piedi le mura esterne e le volte originarie. La struttura cistercense è riconoscibile dalle tre navate divise da arcate a sesto acuto su pilastri quadrangolari, con tre absidiole a fondo piano. Non è dato sapere chi sia quel “maestro Buono” che, secondo il Vasari, avrebbe diretto i lavori di rinnovamento dell’edificio. Sopravvive, della struttura romanica, la torre campanaria, sia pure mozzata, dove è murata una testa muliebre di epoca tardoromana, la cosiddetta “Berta”. Sono molte le leggende che tentano di dare una spiegazione alla misteriosa scultura: si racconta, per esempio, che sia la testa pietrificata di una donna che, avendo canzonato un condannato al suo passaggio, sarebbe stata colpita dalla maledizione di questi. Fra i vari affreschi trecenteschi che un tempo la ornavano, rimangono quelli che rappresentano le Storie di Erode e la strage degli Innocenti, nella cappella maggiore, attribuiti a Jacopo di Cione e a Mariotto di Nardo. Passato ai Carmelitani riformati della congregazione di Mantova (1521), il complesso venne ristrutturato. Fu Gherardo Silvani a rinnovare, nella prima metà del XVII secolo, l’interno della chiesa, forse sulla base di un precedente disegno di Bernardo Buontalenti. Furono inserite opere del Poccetti (nella volta affreschi della Vita di San Zanobi), del Cigoli, di Pier Dandini, del Passignano, del Volterrano, di Matteo Rosselli (la Vergine che accoglie il Bambino e San Francesco) e di Vincenzo Meucci. Nel Settecento l’aula venne dotata di altri altari, pale, stucchi e affreschi. Fu anche costruito l’altare marmoreo nella cappella di sinistra del transetto che conserva come una preziosa reliquia il bassorilievo ligneo policromo e dorato del XIII secolo, raffigurante la Madonna col Bambino, riferito a Coppo da Marcovaldo; nella stessa cappella venne individuata nel 1751 l’iscrizione su una colonna che segnala la tomba di Brunetto Latini, letterato e cancelliere fiorentino, ben noto come ‘maestro’ di Dante; alla parete sinistra si trova un sarcofago con statua giacente, riferibile all’ambito di Tino di Camaino (inizio XIV secolo). Alfonso Parigi progettò una facciata marmorea che però non venne mai realizzata; la facciata in pietra grezza fu coperta da una semplice intonacatura, poi rimossa nel restauro del 1912-1913 insieme a vari arredi barocchi all’interno. Dietro la chiesa è il chiostro cinquecentesco dell’antico convento.

Complesso di San Firenze

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E’ oggi occupato dal Tribunale e dagli uffici giudiziari, tranne la chiesa, dedicata a San Filippo Neri, ancora officiata. Si tratta di uno dei complessi tardobarocchi più importanti di Firenze. Nel 1640, i padri Filippini, venuti a Firenze da Roma, ricevettero in dono da papa Urbano VIII l’area che da piazza San Firenze si estende fra borgo dei Greci, via dell’Anguillara fino a via Filippina. Tale zona comprendeva, oltre a case-torri e palazzetti, anche la chiesa di San Firenze (nome che deriva da San Fiorenzo), ricordata già nel 1174. I Filippini volevano creare un ampio complesso – comprendente convento, chiesa e oratorio – dedicato al fiorentino San Filippo Neri, fondatore dell’ordine, canonizzato nel 1622, uno dei protagonisti della Controriforma. In un primo tempo i padri affidarono l’incarico a Pietro da Cortona (1645), ma si resero presto conto che il progetto presentato dal grande artista, impregnato dei caratteri del fastoso barocco romano, era troppo ambizioso per le loro possibilità economiche, pur avendo ricevuto un generoso lascito di Giuliano Serragli, morto nel 1648. Così la commissione, dopo vari tentativi di correzione e ridimensionamento, nel 1667 passò a Pier Francesco Silvani. Questi progettò la chiesa, dirigendone la costruzione. Morto il Silvani, nel 1715 Ferdinando Ruggieri realizzò la facciata in pietra forte, ispirandosi a quella di San Gaetano. San Firenze Vecchio fu adibito ad oratorio, che secondo l’uso dell’ordine doveva essere separato dalla chiesa. Tale edificio venne abbattuto nel 1772, per costruire al suo posto il nuovo oratorio sotto la direzione di Zanobi Del Rosso. Nel frattempo, Giovanni Filippo Ciocchi, con la collaborazione dello stesso Del Rosso aveva costruito fra il 1745 e il 1749 il convento che, estendendosi in tutto l’isolato, raccordò anche chiesa e oratorio. Opera conclusiva, a coronamento dell’impresa, fu la facciata unitaria per l’intero complesso, disegnata anch’essa da Zanobi Del Rosso, tenendo presente quella già esistente di San Filippo Neri. Domina il complesso lo stemma del benefattore dei Filippini fiorentini, Giuliano Serragli. La chiesa presenta un interno ornato e arredato, dopo la morte del Silvani, sotto la direzione e grazie all’opera di Gioacchino Fortini (1715). Marmi, sculture, rilievi, affreschi e tele (opere di Giuseppe Pinzani, Alessandro Gherardini, Niccolò Lapi, Antonio Puglieschi, Matteo Bonechi, Anton Domenico Gabbiani) rispondono a un disegno unitario, così da rendere la chiesa una sorta di galleria dell’arte fiorentina tardobarocca. Al centro del soffitto a cassettoni è la tela di Camillo Sagrestani, la Gloria di San Filippo Neri (1715). Nella cappella del Sacramento si trova la tomba di Piero Bini, sacerdote fiorentino, che istituì la congregazione fiorentina dei Filippini. L’oratorio, a destra del complesso, ora utilizzato come aula del Tribunale (nel soffitto affresco con l’Assunzione della Vergine di Giuliano Traballesi, del 1775), è circondato all’interno da palchi nelle esedre e lungo le pareti laterali, sostenuti da eleganti colonne in stile ionico. Si tratta di cantorie che ricordano la principale funzione dell’ambiente, dove i padri Filippini si dedicavano soprattutto al canto delle laudi. L’oratorio era dunque una sorta di auditorium per la musica sacra che, secondo i precetti di San Filippo Neri, costituiva un’occupazione primaria dei padri, che per questo furono detti anche oratoriani.