“Stanno tutti male” debutta al Fabbrichino

“Stanno tutti male” debutta al Fabbrichino

Da martedì 29 gennaio a domenica 3 febbraio al Fabbrichino (Via Targetti, 10/8, 59100 Prato PO) e con due repliche straordinarie sabato 9 e domenica 10 febbraio debutta in prima assoluta “Stanno tutti male” (feriali ore 20.45, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30).

È uno studio collettivo sull’infelicità individuale, una nuova produzione del Teatro Metastasio di Prato e di LaCoz che, con il prezioso contributo della rete, riunisce l’ecletticità di Riccardo Goretti alla sensibilità dell’attore/autore/regista Stefano Cenci e alla musica e alla poesia delle canzoni del cantautore Colapesce.

Si tratta di una ballata semiseria per ridere delle inettitudini, goffaggini, sofferenze e possibilità del nostro schizofrenico mondo d’oggi, un lavoro che trae spunto dal desiderio di ridare un senso all’abusatissima frase “Sto male” che oggi, dentro il party collettivo e bulimico che è la vita, è diventata un modo per affermare la propria esistenza e meritarsi un posto dentro un’ininterrotta centrifuga di stati d’animo.

Dopo aver usato come strumento di indagine collettiva quel diario segreto ma esposto al pubblico che è internet e averlo trasformato in un confessionale – ‘uno sfogatoio’ – per raccogliere le motivazioni profonde dell’infelicità di svariate persone, questa drammaturgia a tre voci si prefigge di dare forma ad un affresco dell’uomo contemporaneo, o forse una caricatura, per poterne ridere.

Afferma Riccardo Goretti “Ci sono domande importanti dietro il piccolo spunto iniziale di questo lavoro: “La nostra società sta bene o sta male? E qual è il termine di paragone di questo stare bene o male? Quale è la scala del bene e del male? E i singoli individui stanno bene o male? È poi possibile che stiano bene gli individui di una società che sta male? E viceversa? E poi, in fondo, è mai stato diverso di così? L’essere umano ha mai trovato ha mai trovato pace in vita o è la vita stessa un continuo mutare e una declinazione ad altra vita, passando da continue morti, e per questo portatrice di sofferenza? Ma a queste domande non ci interessa dare una risposta. Noi ci sentiamo più che altro dei ritrattisti, anzi forse caricaturisti, ci interessa fare un affresco, dando voce a questo benedetto uomo contemporaneo, sentire in cosa crede, di cosa ha paura, cosa lo fa stare bene e cosa male e possibilmente riderne, riderne molto, smisuratamente. Perché c’è davvero bisogno per tutti – checché se ne dica – di ridere come bambini, anche senza motivo, di riderci addosso, perché alla fine si vede… stanno tutti male”.

Intorno allo spettacolo, venerdì fine febbraio a fine replica sul palco del Fabbrichino, il critico Simone Nebbia contestualizza e approfondisce i temi dello spettacolo in un incontro del ciclo LO SPETTATORE ATTENTO.

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INFO:

Teatro Metastasio – tel 0574 608501 www.metastasio.it

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Teatro Fabbrichino: debutta “Happy Hour”, il nuovo lavoro di Cristian Ceresoli

Teatro Fabbrichino: debutta “Happy Hour”, il nuovo lavoro di Cristian Ceresoli

Da martedì 30 ottobre a domenica 4 novembre al Teatro Fabbrichino di Prato debutta in prima assoluta “Happy Hour”, nuova scrittura lisergica e rock di Cristian Ceresoli

Reduce dallo straordinario successo internazionale de La Merda (testo vincitore di numerosi premi tra cui l’oscar del teatro europeo al Fringe Festival di Edimburgo, tuttora in tour a sei anni dal debutto con oltre 500 repliche distribuite dall’Europa al Brasile, dall’Australia al Nord America), Ceresoli ha cominciato a comporre HAPPY HOUR a partire dal 2007 (ben cinque anni prima del debutto di La Merda), si è interrotto e ha poi ripreso a svilupparlo come fosse il secondo frammento di uno stesso paesaggio, come se queste due opere illuminassero parti dello stesso dipinto.

Se La merda era un flusso di coscienza, HAPPY HOUR è una partitura letteraria per un concerto a due voci, una partitura barocca dove la musicalità ed il riverbero dei corpi è fondamentale. A parlare sono due bambini, sui tredici anni, che vivono in una metropoli che potrebbe essere Milano, Londra o qualche città del genere.

Sulla scena lo scrittore scopre un nuovo mondo, al presente, dove si afferma (e vince) un’efficacissima forma di allegro totalitarismo. Qui Silvia Gallerano incarna la piccola Ado, una ragazzina affamata d’amore, mentre Stefano Cenci è suo fratello Kerfuffle. Entrambi sono diretti dallo sguardo sensibile di Simon Boberg, regista danese di fama internazionale, già direttore della produzione teatrale e televisiva di La Merda in Danimarca.

“In Happy Hour abbiamo a che fare con una condizione di “dittatura della felicità” – afferma Ceresoli. I due bambini la vedono arrivare, dal loro interno familiare, sono due tredicenni che assistono al mutamento della città, alla sua modificazione, alla sua trasformazione. (…) Il mondo che si trasforma davanti ai loro occhi è tirato dagli eccessi, una sorta di realtà psichedelica, che muta al punto tale da ricadere sulla loro vita in maniera tragica”.

È una partitura (o città) in cui avvengono divertentissime deportazioni di massa, in cui si afferma il più colorato dei fascismi. Un poema di tendenza al travolgente ritmo di un happy hour ininterrotto e quotidiano, in un delirante rinnovamento della lingua, attraversata da un’umanità che gode della vita, veste ghepardato e è disposta a tutto per difendere il proprio entusiasmo.

HAPPY HOUR è dedicato a Stefano Dolce & Domenico Gabbana. “Ovviamente sono affascinato da alcune loro caratteristiche – afferma Ceresoli –  ma credo anche che proprio Dolce e Gabbana siano tra i maggiori responsabili di questa “dittatura della felicità”. Questo testo, come La Merda, non è un testo di critica: qui si sta nel caos della vita, nell’umanità tra uomini e donne, e si cerca di rappresentare il bene e il male attraverso una storia, attraverso una poesia. Quindi anche in questo caso Dolce e Gabbana non sono tra i protagonisti, non rientrano mai direttamente, con nome e cognome, all’interno della vicenda, però alcuni personaggi che si ritrovano in questa poesia sono a loro fortemente ispirati. C’è un Dio che è costruito a immagine e somiglianza di Stefano Gabbana. Non voglio però apparire moralista o post-ideologico: in qualche modo sono personaggi di quella che rimane una poesia, un manifesto, un affresco. La loro figura coincide, in Happy Hour e nella mia scrittura, con una divinità, che viene idolatrata e che in qualche modo decide della vita delle altre persone”.

Attorno allo spettacolo, venerdì 2 novembre è previsto il secondo incontro del ciclo LO SPETTATORE ATTENTO: sul palco del Fabbrichino a fine spettacolo, CRISTIAN CERESOLI condurrà ALESSANDRO IACHINO (critico di Teatro e critica) a un confronto sui temi dello spettacolo, sulle proprie ‘urgenze creative’, sulla poetica e sulla pratica teatrale.

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