Branciaroli tra “I miserabili” al Metastasio

Branciaroli tra “I miserabili” al Metastasio

Da giovedì 15 a domenica 18 novembre andrà in scena al Teatro Metastasio con la regia di Franco Però “I miserabili”, adattamento di Luca Doninelli e protagonista Franco Branciaroli

Da giovedì 15 a domenica 18 novembre al Teatro Metastasio il regista Franco Però sintetizza per la scena il capolavoro letterario di Victor Hugo “I miserabili” nell’adattamento di Luca Doninelli e affida il ruolo del protagonista Jean Valjean a Franco Branciaroli (feriali ore 20.45, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30).

“Ne I miserabili c’è il rapporto con il sacro, la Storia, l’amore, la ribellione, l’ingiustizia sociale…; ci sono grandi temi universali come dignità, dolore, misericordia, giustizia, redenzione. Insomma, un fiume in piena di cui noi restituiamo un’onda o poco più”: così Franco Però introduce l’opera di Hugo, millecinquecento pagine che appartengono alla storia non solo della letteratura, ma del genere umano.

In scena la storia della redenzione del galeotto Jean Valjean, condannato a 20 anni di lavori forzati per aver rubato un pezzo di pane e etichettato come uno scarto umano senza possibilità di redenzione, si intreccia a quella di altri personaggi che appartengono agli strati più bassi della società francese dell’Ottocento, persone cadute in miseria, ex forzati, prostitute, monelli di strada, studenti in povertà. È una storia di cadute e di risalite, di peccati e di redenzione.

Doninelli nelle sue note scrive che “I miserabili sono ciò che sta oltre il terzo e il quarto stato, e rappresentano l’umano nella sua nudità: spogliato non solo dei suoi beni terreni, ma anche dei suoi valori, da quelli etici fino alla pura e semplice dignità che ci è data dall’essere uomini. (…) E il nostro presente è pieno di uomini così: i poveri, coloro che non hanno niente, coloro che non possono contare sul futuro e possono sperare solo nella piccola fortuna che potrà garantire loro un altro giorno, un’altra ora”.

Un’opera capace di parlare al nostro tempo: «Oggi nelle società occidentali si assiste all’inesorabile ampliarsi della forbice fra i “molto ricchi” e i “molto poveri”, fra chi è inserito nella società e chi invece ne è ai margini – spiega il regista –. In questo senso l’opera di Victor Hugo continua a stupirci e impressionarci per le assonanze con l’attualità, per la capacità di affrontare temi diversissimi, di mettere assieme momenti alti e momenti bassi».

In scena, assieme a Franco Branciaroli un assieme di ottimi attori (spesso impegnati in più ruoli): Alessandro Albertin, Silvia Altrui, Filippo Borghi, Romina Colbasso, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Andrea Germani, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Jacopo Morra, Maria Grazia Plos, Valentina Violo. La scenografia, firmata da Domenico Franchi, è dominata da tre elementi che sembrano una rivisitazione degli antichi periaktoi e che, in continuo movimento, offrono continui mutamenti di scena e di sfondo.

Per la replica di domenica 18 novembre sarà possibile prenotare il SERVIZIO BABYSITTING per bambini dai 5 ai 10 anni, attivo gratuitamente per i possessori di biglietto o abbonamento per lo spettacolo (prenotazione obbligatoria entro venerdì 16 novembre a cometa@metastasio.it o 0574/27683 (dal lunedì al venerdì in orario 9.30/13.00).

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Teatro Puccini: Alessandro Bergonzoni in “Trascendi e sali”

Teatro Puccini: Alessandro Bergonzoni in “Trascendi e sali”

Venerdì 16 e sabato 17 novembre alle ore 21.00 andrà in scena al Teatro Puccini lo spettacolo di Alessandro Bergonzoni “Trascendi e sali”

“Trascendi e sali”: un consiglio ma anche un comando. O forse una constatazione dovuta
ad una esperienza vissuta o solo un pensiero da sviluppare o da racchiudere all’interno di
un concetto più complesso. Perché in fin dei conti Alessandro Bergonzoni in tutto il suo
percorso artistico, che in questi anni l’ha portato oltre che nei teatri, nei cinema e in radio,
nelle pinacoteche nazionali, nelle carceri, nelle corsie degli ospedali, nelle scuole e nelle
università, sulle pagine di giornali quotidiani e settimanali, nelle gallerie d’arte e nelle
piazze grandi e piccole dei principali festival culturali, Bergonzoni dicevamo è diventato un
“sistema artistico” complesso che produce e realizza le sue idee in svariate discipline per,
alla fine, metabolizzare tutto e ripartire da un’altra parte facendo tesoro dell’esperienza
acquisita.

E tutto questo ad un autore che non ha rinunciato alla sua matrice comica, mai satirica,
aggiunge un ulteriore, ovvia, complessità per il suo quindicesimo debutto teatrale.
“Trascendi e sali” arriva infatti dopo “Urge” e “Nessi” spettacoli che hanno inciso
profondamente Bergonzoni, in tutti i sensi, aprendogli artisticamente e socialmente strade
sempre più intricate e necessarie. Uno spettacolo dove il disvelamento segue e anticipa la
sparizione, dove la comicità non segue obbligatoriamente un ritmo costante e dove a volte
le radici artistiche vengono mostrate per essere subito sotterrate di nuovo. “Trascendi e
sali” come vettore artistico di tolleranza e pace, colmo di visioni che, magari, riusciranno a
scatenare le forze positive esistenti nel nostro essere. Piuttosto che in avanti potrebbe
essere, artisticamente, un salto di lato a dimostrazione che a volte per una progressione
non è sempre necessario seguire una linea retta. Dove la carta diventa forbice per
trasformarsi in sasso, dove il comico si interroga per confessare e chiedere e tornare a
indicare quello che evidentemente lui vede prima degli altri. Forse dall’alto delle sue scenografie o nella regia condivisa con Riccardo Rodolfi. Forse. Sicuramente. Sicuramente forse.

Biglietti:
I settore € 27,00
II settore € 22,00

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Teatro Studio: Leviedelfool presenta “Yorick”

Teatro Studio: Leviedelfool presenta “Yorick”

Dopo la prima nazionale al Teatro Era, la compagnia Leviedelfool presenta il suo nuovo spettacolo “Yorick – Un Amleto dal sottosuolo”, diretto e interpretato da Simone Perinelli al Teatro Studio ‘Mila Pieralli’ sabato 10 e domenica 11 novembre

A quarant’anni dalla legge Basaglia del 13 maggio 1978, che rappresentò una svolta a livello sanitario con il superamento della logica manicomiale, “Yorick” parte dal presupposto che c’è una linea che divide il cervello in due emisferi. Una linea che separa il bene dal male, il sano dal malato, ciò che è consentito dire da ciò che è meglio tacere.

Yorick, il Fool per eccellenza, il buffone di corte di re Amleto, è morto e le sue parole non ci sono pervenute se non sotto forma di una sfida: immaginarle.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana, Leviedelfool.

“C’è una linea che divide il cervello in due emisferi. Una linea che separa il bene dal male, il sano dal malato, ciò che è consentito dire da ciò che è meglio tacere.

C’è una linea che è confine e divide le onde del mare: una linea che è frontiera.

C’è una linea che separa il presente dal ricordo e c’è un confine in ognuno di noi che separa l’abisso dell’irrazionale dalle fortezze costruite dalla ragione.

C’è una linea che separa i vivi dai morti.

Amleto, atto V scena I. Un cimitero qualsiasi in Danimarca. Scavando la fossa per Ofelia viene ritrovato il teschio che un tempo fu Yorick, il buffone di corte di re Amleto.

Svegliato dal “lungo sonno”, interpellato dal dramma, Yorick assiste dal sottosuolo allo spettacolo che si sta svolgendo proprio sopra di lui e intanto ci racconta il sottosuolo, il non visibile, ciò che si nasconde alla ragione umana, ciò che di solito riemerge nei sogni.

Il sottosuolo di Yorick è uno spazio abitato dall’immaginazione, da un pensiero che è obliquo più che retto, da quei poeti definiti pazzi dall’altra versione dei fatti.

Il sottosuolo si nutre dello scorrere eterno del dramma in superficie.

Non è più il luogo della morte, ma quello della follia, dello sguardo sull’abisso.

C’è una linea.

Il tempo passa e i significati aldilà delle linee cambiano: quello che per un greco antico era un “invasato dal dio”, per un medievale un “posseduto dal demonio”, per la scienza psichiatrica diventa un “malato”.

Il tempo passa e i matti che una volta venivano allontanati via mare e affidati all’acqua, vengono rinchiusi. Il mare, metafora dell’instabile e dell’inquietante, diviene pozzanghera della terra e le sue onde divise in acque territoriali per delimitare anche sull’instabile le proprietà dell’uomo.

L’inconscio, eterna creazione di forme, diviene landa deserta da conquistare e civilizzare e la follia, figura cosmica, trasformata in difetto della ragione.

Così in questo orizzonte reso piatto e arido dalla psicoanalisi e dalla psichiatria con il loro vano tentativo di codificare l’anima attraverso un balbettìo di schemi, sintomi ed elenchi, ci sono ancora poche imbarcazioni che hanno l’ardire di salpare, oltrepassando confini, come se questi non esistessero realmente.

Sono matti, poeti o semplicemente immigrati clandestini.

Sono navi che trasportano anime pericolose perché a comandarle è una voce interiore che esce da un altoparlante di bordo. La voce di un teschio che si dice che un tempo fosse in grado di farci vedere dentro a quel fondo inesplorato e capace di scherzare su tutto, persino sulla morte.”

Simone Perinelli

Biglietti

Intero

14€

Ridotto | Over 60, Under26, Abbonati Teatro della Toscana

12€

Ridotto | Residenti Comune di Scandicci, possessori Icard e eduCard

10€

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Teatro della Pergola: Luca Zingaretti dirige Luisa Ranieri in “The Deep Blue Sea”

Teatro della Pergola: Luca Zingaretti dirige Luisa Ranieri in “The Deep Blue Sea”

Luca Zingaretti dirige Luisa Ranieri in The Deep Blue Sea, capolavoro di Sir Terence Rattigan, uno dei più popolari drammaturghi inglesi del XX secolo. Al Teatro della Pergola da venerdì 9 a domenica 18 novembre

“È una straordinaria storia di passione – afferma Luisa Ranieri – una riflessione su cosa siamo capaci di fare per inseguire il nostro amore. Rattingan disegna ruoli di potenza straordinaria e forza assoluta. In mezzo a loro, il mio personaggio, Hester Collyer Page, incarna l’essenza stessa della capacità di amare, resistere e rinascere delle donne.” The Deep Blue Sea indaga infatuazioni e innamoramenti che sconvolgono mente e cuore; l’amore folle che tutto travolge, a cominciare dal più elementare rispetto di se stessi.

In scena con Maddalena Amorini de iNuovi, Giovanni Anzaldo, Alessia Giuliani, Flavio Furno, Aldo Ottobrino, Luciano Scarpa, Giovanni Serratore. Giovedì 15 novembre, ore 18, Luisa Ranieri e la Compagnia incontrano il pubblico. Coordina Matteo Brighenti. L’ingresso è libero fino a esaurimento dei posti disponibili.

Sir Terence Rattigan nasce a Londra, quartiere South Kensinghton, nel 1911, da una famiglia di estrazione protestante. Suo nonno era Sir William Henry Rattingan; suo padre, Frank, era un diplomatico. Non stupisce, quindi, che i suoi lavori siano ambientati in quella che potremmo chiamare “upper middle class”. Si definiva un “omosessuale inquieto” e un outsider. Nelle sue pièce amava trattare “problemi di frustrazione sessuale, relazioni fallite e adulteri” e rappresentare un mondo di repressioni e reticenze. È morto ad Hamilton, capitale dell’isola di Bermuda, nel 1977.

The Deep Blue Sea, scritto nel 1952, contiene uno dei più grandi ruoli femminili mai scritti nella drammaturgia contemporanea, quello di Hester Collyer Page. Al Teatro della Pergola, da venerdì 9 a domenica 18 novembre, è interpretato da Luisa Ranieri, per la regia di Luca Zingaretti. In scena con Maddalena Amorini de iNuovi (la compagnia di neodiplomati della Scuola per Attori ‘Orazio Costa’ e di altre scuole italiane che hanno in gestione il Teatro Niccolini di Firenze), Giovanni Anzaldo, Alessia Giuliani, Flavio Furno, Aldo Ottobrino, Luciano Scarpa, Giovanni Serratore. Le scene sono di Carmelo Giammello, i costumi di Chiara Ferrantini, le luci di Pietro Sperduti, le musiche di Manù Bandettini. Una produzione Zocotoco Srl, Teatro di Roma, Fondazione Teatro della Toscana. 

“Hester è una donna estremamente complessa, molto complicata – rivela Luisa Ranieri ad Angela Consagra sul foglio di sala dello spettacolo – una figura femminile arsa da amori che la distruggono, la lacerano e la annientano. Una donna che ama in maniera assoluta, senza aver praticamente nulla in cambio, ma sa anche rinascere dalle sue ceneri.”

The Deep Blue Sea è una storia di strade perse e ritrovate, di fatalità e indeterminatezze, ma, soprattutto, una storia sulla casualità della vita. La vicenda si svolge durante l’arco di un’unica giornata. Inizia con la scoperta, da parte dei suoi vicini di appartamento, del fallito tentativo di Hester Collyer Page di togliersi la vita con il gas. La donna ha lasciato il marito, facoltoso e influente giudice dell’Alta Corte, perché innamorata del giovane Freddie Page: un contadino, ex pilota della Raf, ormai dedito all’alcool. La relazione, nata sull’onda della passione e della sensualità, si è però andata raffreddando. Le difficoltà economiche (Freddie è da tempo disoccupato) e le differenze di età e ceto hanno logorato il rapporto, lasciando Hester sfinita e disperata. Lo shock per il suo tentato di suicido e la discussione che ne segue non migliorano le cose. 

“Hester è persa sicuramente nel “profondo mare azzurro” della passione, che rappresenta però – interviene Ranieri – il suo lato oscuro. Accanto a questo amore convive anche il mare profondo della disperazione, l’altra faccia della medaglia. In dodici ore, il tempo in cui si svolge il dramma, la protagonista è sommersa da questo amore e da questa disperazione; lei risale e viene inghiottita, poi risale ancora.

A complicare le cose, arriva la notizia che Freddie ha finalmente trovato lavoro come collaudatore di aerei: dovrà, però, trasferirsi in South Carolina. Alla fine, grazie all’intercessione di Mr Miller (un inquilino del palazzo, ex dottore, radiato dall’albo per ragioni sconosciute), Hester, per continuare a vivere, sarà costretta a prendere una decisione particolarmente difficile. Questi due reietti, emarginati dalla società per il loro eccesivo “amare”, si scopriranno legati da una curiosa e commovente solidarietà.

“C’è tanta solitudine ed egoismo nel mondo maschile di The Deep Blue Sea. I protagonisti maschili – conclude Luisa Ranieri – sembrano volere Hester, ma in realtà ognuno di loro vuole solo una parte di lei, desiderano la sua messa in scena: la compagna all’altezza dello status sociale di un ricco magistrato, la donna materna che ama senza disturbare. Hester è l’unica che brucia di un amore gratuito, di una passione che non ha giustificazioni, né secondi fini. È una donna che si accontenta di una carezza, per dare in cambio tutta se stessa.”

 

Intervista a LUISA RANIERI

di Angela Consagra

Hester Collyer Page, la protagonista femminile di The deep blue sea, che donna è?

“È una donna estremamente complessa, molto complicata; una figura femminile arsa da amori che la distruggono, la lacerano e la annientano. Una donna che ama in maniera assoluta, senza aver praticamente nulla in cambio, ma sa anche rinascere dalle sue ceneri.” 

Dal suo particolare punto di vista, in quale “profondo mare azzurro” è persa la protagonista?

“Sicuramente il mare profondo della passione, che rappresenta però il suo lato oscuro. Accanto a questo amore convive anche il mare profondo della disperazione, l’altra faccia della medaglia. In dodici ore, il tempo in cui si svolge il dramma, la protagonista è sommersa da questo amore e da questa disperazione; lei risale e viene inghiottita, poi risale ancora.” 

In una battuta del film – non so se si ritrova anche nella messinscena teatrale – Hester dice che “l’amore conforta come un raggio di sole dopo la pioggia”; dopo essersi immersa nel mondo dell’autore, Terence Rattigan, che cosa ha capito dell’amore?

“C’è tanta solitudine ed egoismo nel mondo maschile di The Deep Blue Sea. I protagonisti maschili sembrano volere Hester, ma in realtà ognuno di loro vuole solo una parte di lei, desiderano la sua messa in scena: la compagna all’altezza dello status sociale di un ricco magistrato, la donna materna che ama senza disturbare. Hester è l’unica che brucia di un amore gratuito, di una passione che non ha giustificazioni né secondi fini. È una donna che si accontenta di una carezza, per dare in cambio tutta se stessa.”

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Teatro della Pergola: Prima Conferenza delle Capitali europee della Cultura

Teatro della Pergola: Prima Conferenza delle Capitali europee della Cultura

Prima Conferenza delle Capitali europee della Cultura, seguita dalla conferenza internazionale dei Sindaci Unity in Diversity, martedì 6 novembre ore 21.15 al Teatro della Pergola di Firenze

In occasione della Prima Conferenza delle Capitali europee della Cultura, seguita dalla conferenza internazionale dei Sindaci Unity in Diversity, martedì 6 novembre ore 21.15 al Teatro della Pergola di Firenze verrà presentato tra gli eventi speciali “Solo Goldberg Variations”, in scena Virgilio Sieni con Andrea Rebaudengo al pianoforte sulle “Variazioni Goldberg” di J.S. Bach.

Questo Solo è emblematico della ricerca sviluppata da Virgilio Sieni sui linguaggi del corpo e della danza in continua relazione con la pittura italiana dal 1300 al 1600.
La musica di Bach definisce una metrica e un’architettura immateriale in cui la danza fa affiorare memorie figurative mai citate direttamente, ma evocate in un percorso intimo che chiede condivisione.

Queste le parole di Virgilio Sieni sullo spettacolo: “Non vi è percorso nelle Variazioni Goldberg di Bach. Allo stesso tempo uso il termine improvisation per definire questo lavoro non fondato sull’improvvisazione ma sul riconoscimento e il rinnovamento. Certo, improvviso. Mi lascio cogliere da quella che non è mai una sorpresa ma un divenire impercettibile nell’atto dell’esserci. Spoglio il corpo di quelle pratiche che comunque appaiono nel segno della danza e nel canone sacro della musica finalizzata alla costruzione di una città aurea, vero sogno, vera realtà. ‘Sbrandello’ con rigore il corpo, fissandomi con fatica e dolore, così come con leggerezza e voglia di attraversamento (di essere attraversati da qualcos’altro), sul senso di sparizione: muoversi per sparire, far pesare il corpo per lasciare solo orme e tracce. Penso che le Variazioni Goldberg non siano un invito alla danza, ma un atto di riflessione e introspezione dove niente appare se non un corpo ‘spellato’. Ecco che questo lavoro mi appare come un manifesto, qualcosa di più di un vocabolario di percorso, un atto sulle debolezze, le imperfezioni, lo sforzo, le pieghe e le polveri, qualcosa che vuol trapassare il corpo per donarsi alla figura, qualcosa che rende il corpo pagliaccio tragicomico dell’oggi”.

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