Il CS Lebowski non parteciperà alla Super League

Il CS Lebowski non parteciperà alla Super League

Intervista a Matthias Moretti, responsabile comunicazione del CS Lebowski, sui modelli di gestione delle società calcistiche, valori sportivi e commercializzazione del calcio.

Il CS Lebowski è la società calcistica, con sede a Firenze, costituita nel 2010 da un gruppo di ventenni in opposizione alla perdita di valori del calcio professionistico. Negli anni ha rappresentato un esempio virtuoso di integrazione tra società e tifosi attraverso l’azionariato popolare e le numerose iniziative di valore sociale.

Abbiamo intervistato Matthias Moretti, responsabile comunicazione del Lebowski, per farci spiegare nel dettaglio come funziona il loro modello di gestione e per avere un commento sullo stato attuale del calcio professionistico e dilettantistico, alla luce delle polemiche suscitate dalla Super League.

Partiamo dall’inizio: nel volantino di presentazione del CS Lebowski si leggono queste parole: “Per spiegare cosa siamo bisogna spiegare cosa ci ha allontanato dallo scintillante spettacolo della Serie A. Ci eravamo stancati di campionati senza sorprese, di classifiche disegnate dai diritti tv e dagli intrighi di palazzo, di partite ogni tre giorni, sempre più frenetiche e meno spettacolari, di un calcio senza attese e pause, che non riesce più ad aspettare la domenica, di un asservimento alle leggi del mercato che trasforma il gioco in merce, dell’azione dello Stato con i suoi decreti speciali a tutela del business”. Dopo tutti questi anni i valori restano quelli?

Assolutamente sì. I recenti sviluppi hanno soltanto giustificato la decisione di dieci anni fa. Il nostro progetto aveva al centro una sola esigenza: soddisfare i tifosi. Tutto il resto è accessorio. Adesso, visto che siamo cresciuti, è nostro interesse soddisfare anche le giocatrici e i giocatori del nostro club. L’unica cosa che conta è chi gioca e chi sta in curva.

Te lo chiedo comunque: avreste accettato di partecipare alla Super League?

Non avremmo sicuramente partecipato però posso dire che a noi non sarebbe dispiaciuto se il progetto fosse andato avanti. Sarebbe stata l’occasione per far mollare anche gli ultimi che credono nel calcio moderno e un’opportunità per far appassionare le persone a un progetto come il nostro. In realtà senza la Super League cambia poco. La Champion’s League e le altre leghe sono praticamente uguali.

Alcune società sportive e federazioni stanno provando a passare per vittime nonostante incarnino esattamente gli stessi valori della Super League. Visto che il Lebowski si trova nella rara posizione di poter criticare questi comportamenti senza ipocrisia, ne vuoi approfittare?

Non abbiamo ancora preso una posizione ufficiale per cui parlo a nome mio: UEFA e FIFA hanno generato le dinamiche che poi hanno portato alcune società a tentare di escluderle. Questo è solo il culmine di un percorso che dagli anni novanta ha esagerato sotto mille aspetti per cui fa sorridere che alcuni dei responsabili facciano gli ingenui. Siamo felici di essere avversari di coloro che hanno promosso il capitalismo calcistico.

In controtendenza con l’esclusività di alcune competizioni, il Lebowski qualche mese fa ha proposto alla FIGC di estendere la partecipazione alla Coppa Italia fino alle leghe dilettantistiche.

Sì, abbiamo fatto una proposta provocatoria ma seria. Non mi pare che sia stata accolta. Oltretutto ho letto in giro che il calendario della Super League avrebbe potuto comportare l’abolizione della Coppa Italia. Speriamo che la figuraccia fatta a livello globale in questi giorni dagli organizzatori porti a riconsiderare la nostra proposta che si rifà al modello della FA Cup inglese. Secondo noi c’è molto più interesse per una competizione aperta anzichè una dove si affrontano sempre le solite squadre.

Facciamo un esercizio di fantasia: la FIGC approva la vostra proposta, il Lebowski partecipa alla Coppa Italia e la vince ma la Supercoppa si gioca in Arabia Saudita. Ci andate?

Su due piedi ti direi di no, per una serie di motivi. Noi vogliamo promuovere un calcio a misura di tifosi per cui l’introduzione di biglietti nominali, tornelli e tessera del tifoso porrebbe già dei problemi. Potremmo anche decidere di continuare a giocare nel dilettantismo pur di rimanere liberi da certi vincoli. Speriamo che tra 50 anni, quando vinceremo la Coppa Italia, la Supercoppa non si giochi in Arabia Saudita perché il calcio avrà recuperato la sua dimensione popolare.

Ha ancora senso cercare un compromesso tra le richieste del Lebowski e le necessità delle grandi società o è meglio viaggiare su binari paralleli? Negli Stati Uniti, dove la situazione è stata estremizzata, esistono contemporaneamente la MLS – un campionato a 27 squadre senza promozioni e retrocessioni – e altri campionati semi-professionistici.

Il nostro desiderio sarebbe una rivoluzione nel calcio. Per i club molto grandi è difficile funzionare come il Lebowski però con un percorso lungo anni non è impossibile da pensare. Noi auspichiamo un calcio dove l’apporto, anche economico, proviene interamente dai tifosi. Ovviamente se una squadra ha milioni di tifosi sarà più forte ma dovrà dimostrarlo attraverso gli sforzi della sua comunità di riferimento. Noi pensiamo anche che il sistema capitalistico del calcio beneficerebbe da alcune nostre proposte. Una competizione aperta a tutti è più bella. Basterebbe che alcune squadre accettassero di giocare qualche partita in campi fangosi. Però le grosse società hanno bisogno di guadagni immediati, anche la Super League era un tentativo di sanare i bilanci di alcune squadre enormi sul punto del fallimento. Tornando al paragone con gli Stati Uniti, a noi avrebbe fatto piacere se alcune squadre si fossero staccate completamente. Anche negli Stati Uniti la passione popolare è ancora viva nelle leghe universitarie e liceali. Per noi l’obiettivo è divertirci allo stadio e in trasferta.

Ad alcune grandi squadre sfugge che hanno bisogno delle leghe inferiori da cui prendere i giocatori e che senza di loro il bacino di talento non sarebbe così ampio. Secondo te perché ignorano questo tema?

Ovviamente non si può generalizzare, anche ad alti livelli ci sono persone che sono consapevoli dell’importanza del dilettantismo, però la maggioranza delle grandi società vengono gestite esclusivamente come delle aziende che non hanno a che fare con lo sport. A noi non dispiacerebbe se queste società fallissero.

Uno dei punti della Super League era il contributo di solidarietà, un finanziamento milionario destinato alle società escluse dalla competizione per permettere di mantenere attivo il bacino da cui accedere alle risorse tecniche. Alcune società avrebbero accettato questa soluzione per risolvere i problemi nei bilanci?

Questo era uno dei pochi elementi furbi nella proposta della Super League. Stando a quanto dicevano questo fondo, molto superiore a quello tradizionale della UEFA, sarebbe dovuto arrivare anche al dilettantismo. Da un lato abbiamo imparato a fidarci poco della parola di Agnelli, dall’altro questi interventi non sono ciò di cui c’è bisogno per il rinnovamento strutturale e il rilancio delle categorie inferiori. Anche la pandemia ha mostrato che serve un intervento pubblico per tutelare le attività sanitarie e sociali, e il calcio appartiene a entrambe queste categorie. Servono investimenti duraturi, non la paghetta una tantum. Si potrebbero favorire, e lo dico consapevole che è nel nostro interesse, le società che hanno un impatto positivo sul territorio, non solo quelle che vincono.

Una società come il Lebowski riesce a coprire tutti i suoi costi attraverso l’autofinanziamento?

Noi durante questo periodo eccezionale non abbiamo avuto particolari problemi economici, anche perché la nostra filosofia è quella di non investire nulla di più delle risorse che abbiamo a disposizione. Se questo approccio valesse in tutte le altre squadre tanti problemi sarebbero già risolti. Noi ci reggiamo con l’azionariato popolare e l’organizzazione di alcune attività, anche la quota di entrate derivanti dagli sponsor si è ridotta negli anni per scelta nostra. Con questo modello noi non possiamo fallire, possiamo solo ridimensionarci.

Esistono delle società, anche ad altissimi livelli, con un modello simile al vostro? Penso all’azionariato del Barcellona o al modello 50+1 del Bayern Monaco.

Per alcune società molto grandi il modello Lebowski non è applicabile quindi il 50+1 rappresenta una valida alternativa. Noi vogliamo scoprire fin dove riusciamo ad arrivare con il nostro modello. Diciamo che il sistema tedesco è quello più virtuoso tra quelli diffusi ad alto livello.

Quindi una riforma dei campionati sul modello della Bundesliga sarebbe accettabile per il Lebowski?

Proprio in questo periodo abbiamo in programma di elaborare delle linee guida e delle proposte che vanno in quella direzione, anche se non c’è ancora nulla di concreto. Oltre alla partecipazione dei tifosi in società, il modello tedesco pone un’attenzione ai prezzi dei biglietti a agli accessi agli stadi che manca negli altri campionati.

Il Lebowski è stata una delle prime squadre a impegnarsi nel calcio femminile, anche prima che ci fosse interesse mediatico. Da cosa è nata la spinta?

Come spesso accade c’è stato un mix di casualità, circostanze e capacità di saperle cogliere e sviluppare. La squadra amatoriale delle Mele Toste nasce dalla componente femminile della curva. Durante un torneo di calcetto, le ragazze decisero di giocare e da lì inizio la voglia di partecipare ai circuiti amatoriali. La nascita della squadra di calcio a 11 invece è diversa. Fino a qualche anno fa la norma era che gruppi di calciatrici vagassero alla ricerca di società sportive disposte a prestare il proprio nome e un campo dove allenarsi. Tuttavia, alla fine dell’anno venivano regolarmente costrette ad allontanarsi perché per quelle società rappresentavano solo un costo. In questo girovagare nomade un gruppo di ragazze venne a bussare alla nostra porta. Noi decidemmo di investirci e adesso la squadra si trova nella quarta serie. La frase che meglio racchiude l’importanza di questa iniziativa proviene dalla capitana di un paio di stagioni fa che disse: “finora abbiamo giocato per noi stesse, adesso stiamo giocando per la maglia”.

Attualmente però il calcio femminile non è ancora riconosciuto a livello professionistico.

Da questo punto di vista la visibilità della Serie A ha portato dei benefici. Il riconoscimento del professionismo femminile è in via di definizione ed è una conquista importantissima.

A un certo punto però, proprio nel passaggio tra dilettantismo e professionismo, una società calcistica viene chiamata a sostenere delle spese sensibilmente maggiori. Nel caso in cui non si riuscissero a coprire con i contributi dei soci, il Lebowski sarebbe disposto a ricorrere a sponsor o alla vendita dei diritti televisivi?

Noi non abbiamo una preclusione ideologica agli sponsor. Abbiamo alcuni valori per cui non accetteremmo determinate aziende. Le nostre sponsorizzazioni provengono da soggetti che fanno già parte del nostro ambiente per cui effettuiamo un controllo di questo tipo. In caso di ingresso nel professionismo troveremmo un modo di corrispondere un salario ai giocatori. Per quanto riguarda l’accesso al capitale abbiamo calcolato che con 5000 soci potremmo fare la Serie C. Attualmente siamo poco meno di 1000 per cui ci vorrà del tempo.

Ci sono dei limiti nel far coesistere le opinioni di cosi tanti soci?

L’assemblea dei soci è assolutamente sovrana ma già a quella partecipano soltanto un centinaio di soci, gli altri si fidano. Poi abbiamo un consiglio di amministrazione eletto ogni due anni che agisce da esecutivo. Abbiamo anche dei gruppi di lavoro dove ci occupiamo di specifiche attività. Se anche dovessimo crescere di numero l’importante è che nessuno possa far valere i propri interessi contro quelli della maggioranza.

Il Lebowski non spende più di quanto guadagna. In un’intervista degli scorsi giorni Rummenigge, l’Amministratore del Bayern Monaco, parlando delle ragioni che hanno spinto i club a istituire la Super League ha detto: “La soluzione ai grossi debiti non può essere pagare sempre di più giocatori e agenti, la soluzione è ridurre i costi. Abbiamo esagerato tutti, è il momento di fare un calcio meno arrogante”. Seconde te queste dichiarazioni rappresentano un punto di svolta?

Usando una metafora pokeristica: la Super League è stato il tentativo di rilanciare giocandosi la casa. Società indebitatissime sono andate all-in con un tentativo disperato ma è il normale culmine di questa bolla che è destinata a scoppiare. Questa vicenda può aver avvicinato ulteriormente quel momento. Il discorso di Rummenigge è sensato. Se passasse il principio di spendere solo quanto si ha effettivamente a disposizione la bolla potrebbe sgonfiarsi senza scoppiare. Nel calcio italiano poi ci sono degli esempi virtuosi, anche ad alti livelli. Penso all’Atalanta in Serie A o all’Empoli in Serie B. Dall’altro lato anche nel calcio dilettantistico ci sono società che non sono sostenibili. Promettono ai giocatori cifre che poi non sono in grado di corrispondere. La bolla può scoppiare o sgonfiarsi. Dal mio punto di vista è auspicabile che scoppi.

In questi giorni si è parlato del calcio come prodotto d’intrattenimento da vendere al pubblico. Una cosa che ancora non è chiara è quanto la bellezza di una partita di calcio sia determinata dal valore tecnico dei calciatori in campo, quanto dagli equilibri e quanto dal contesto storico e sociale.

Il pubblico del calcio è diversissimo. Quello a cui puntano la UEFA e simili è il pubblico che pone maggiore attenzione ai giocatori in campo, anche se è evidente che questo non è garanzia di belle partite. Poi c’è un pubblico che trova maggiore interesse nel significato della partita, che sia un derby o uno scontro salvezza, a prescindere dalla categoria. Per il Lebowski una delle partite più emozionanti fu la trasferta a Incisa. Una partita determinante per salire in Promozione. Per tutta la settimana precedente ci tolse il sonno. Ci spostammo in più di trecento. Lo stadio era pieno anche di tifosi dell’Incisa. Fu una giornata memorabile con i nervi a fior di pelle. La partita finì 0 a 0 con pochissime occasioni. Una partita di merda ma una delle più emozionanti della nostra storia.

Intervista a cura di Carlo Lascialfari

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