🎧 “Racconto la violenza vissuta per essere libera”

🎧 “Racconto la violenza vissuta per essere libera”

L’assemblea di Non Una di Meno Firenze ha deciso di condividere la testimonianza di una delle sue attiviste per un dibattito pubblico su riconoscimento della violenza, consenso e fuoriusciuta dalla violenza a seguito di due fatti di cronaca: il video di Beppe Grillo e una violenza in un centro sociale

 

Zoe, di Non Una Di Meno Firenze ha deciso di raccontare lo stupro subìto in una relazione. Ci sono voluti vari mesi per riuscire a comprendere la violenza vissuta e a riconoscerla e, dopo quasi due anni, condividerla pubblicamente.

Può succedere a tutte di vivere una relazione violenta o di fare esperienze di abusi indipendentemente dall’età e dalla coscienza politica. Gli strumenti necessari per riconoscere la violenza sono ancora più difficili da attuare quando è messa in atto da una persona che ti è vicina.

Zoe deciso di raccontare la sua storia sui social e su Controradio dopo i recenti fatti di cronaca: il video di Beppe Grillo che mette sul banco degli imputati la donna che ha denunciato di aver subito uno stupro dal figlio del comico e da tre suoi amici. E non solo, anche a seguito di un fatto di cronaca successo a Firenze in un centro sociale sempre all’interno di una coppia: una violenza denunciata pubblicamente da Non Una Di Meno.

Le attiviste hanno voluto portare alla luce che anche in spazi legati ai movimenti sociali ci siano: “dinamiche che sempre più spesso tutelano e giustificano l’uomo violento e non la donna che la violenza l’ha subita”, come si legge nel post. Una denuncia pubblica per aprire uno spazio di possibilità in cui si possa riconoscere, nominare e rispondere alla violenza machista.

In questo contesto, Zoe ha deciso di raccontare la sua storia per una riflessione sul consenso nelle relazioni, sullo stigma per le donne che subiscono violenza che spesso devono fuggire dal luogo dove vivono -come è successo anche a lei tornata da Roma a Firenze dopo lo stupro- e portare l’attenzione sulla forza dell’accompagnamento collettivo e del movimento femminista.

 

In podcast: l’intervista a cura di Monica Pelliccia

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🎧 Video Grillo: le donne da vittime a carnefici

🎧 Video Grillo: le donne da vittime a carnefici

Usa parole durissime Francesca Ranaldi – coordinatrice del centro antiviolenza La Nara di Prato – a proposito del video di Beppe Grillo.  “Ancora un volta assistiamo ad una situazione dove le donne, da vittime, vengono rappresentate come carnefici”.

Cosa hanno pensato tutte quelle persone che lavorano nei centri antiviolenza, dopo aver visto il video di Beppe Grillo? Lo abbiamo chiesto a Francesca Ranaldi che è la coordinatrice del centro La Nara di Prato.

Quattromila le persone, le donne, incontrate e assistite in questi ultimi anni. E per raccontare cosa ha pensato, Ranaldi usa parole dure. Di chi ha l’impressione che fatti come il video di Grillo, fortemente mediatizzati, possano contribuire a minare il lavoro durissimo fatto in questi anni. Sembra di essere fermi agli anni ’70.

Dove nei primi processi per stupro – perché è di questo che è accusato Ciro, il figlio di Beppe Grillo – in realtà sul banco degli imputati a finirci era la vittima, la donna. La donna tentatrice, che non sa stare al suo posto, che vuole emanciparsi, che si veste in modo in opportuno, che si comporta in modo inopportuno, che è inopportuna perché è una donna. Le parole usate dal comico genovese – che si ricorda a giorni alterni di essere anche il leader ispiratore di movimento politico che alle ultime elezioni ha preso il 32% dei voti – sono figlie “di una cultura profonda”.

Una cultura che trasforma automaticamente la vittima in carnefice. Un carnefice sempre complice se non ispiratrice dello stupro. E dire che era stato proprio (meritoriamente) il Movimento 5 Stelle a spingere per allungare ad un anno il periodo di tempo per poter denunciare. Adesso otto giorni sembrano una enormitĂ , un tempo troppo lungo per essere credibile, una svista che smaschererebbe il complotto ai danni del figlio di Grillo.

Anche per questo – racconta ancora Francesca Ranaldi – sono ancora tante le ragazze che faticano enormemente a denunciare. Spesso, ci pensano a lungo, spesso rinunciano all’idea. Altro che otto giorni.

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