Vivere male prima o poi ti fa male

Vivere male prima o poi ti fa male

Il CAFFE’ SCORRETTO di DOMENICO GUARINO -venerdì 6 novembre 2020

La movida, gli aperitivi, le scuole, le palestre…E se invece la verità fosse  più semplice ed allo stesso tempo molto più scomoda? Se cioè a determinare questa ‘seconda ondata’  non siano gli assembramenti o i contatti -che  del resto c’erano molto di  più a luglio e ad agosto- ma l’aria  malsana che respiriamo soprattuto nei contesti urbani? A leggere i risultati dello studio pubblicato dalla scuola di epidemiologia della Harvard University di Boston, e curato dalla dott.ssa Francesca Dominici, che potete riascoltare in podcast sul nostro sito, parrebbe proprio così. Il mero aumento di un solo microgrammo per metrocubo delle pm 2,5, le polveri sottilissime prodotte dalle combustioni ma anche dagli sfregamenti, determinerebbe un aumento secco della mortalità covid fino all’11%. E quindi riscaldamento, traffico, condizioni climatiche favorevoli, hanno un’incidenza immediata sulla letalità del coronavirus. Non tanto perché il particolato sia trasportato dalle polveri, su questo non esistono al momento particolari evidenze, ma  piuttosto perché, irritando ed indebolendo l’apparato respiratorio lo rende immediatamente più suscettibile agli agenti patogeni. E allora, forse non è un caso che l’impennata dei contagi si sia verificata proprio a fine settembre  con la ripresa delle normali attività e il ritorno di un clima favorevole al ristagno degli inquinanti. Se questo fosse vero come sembra, avremmo l’ennesima conferma che il covid è una malattia socioantropologica della contemporaneità. E dunque che per combatterla servirebbe un severo ripensamento del nostro modo di produrre, abitare e muoverci nello spazio. Delle nostre stesse abitudini quotidiane. Quella svolta green insomma tanto declamata ma mai realizzata. Del resto  chiudere tutti in casa è semplice, avere politiche lungimiranti in questo senso è molto  più costoso, evidentemente, anche dal punto di vista del consenso.

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Il CAFFE’ SCORRETTO 5 novembre 2020 – Il Virus del narcisismo

Il CAFFE’ SCORRETTO 5 novembre 2020 – Il Virus del narcisismo

La rubrica va in onda tutte le mattine alle 8.10 nella trasmissione 30 Minuti su Controradio. Per leggere ed ascoltare tutti i ‘caffè’ vai QUI

La  seconda ondata seconda ondata del coronavirus sembra aver letteralmente travolto il mondo dello show biz, con particolare incidenza sui volti noti dello sport , della televisione , della politica, ed anche del giornalismo. Non passa giorno infatti che dai loro profili istagram, facebook, twitter ed altre diavolerie social, qualche personaggio più o meno famoso non  ci faccia sapere, a noi e al mondo, che è positivo al covid, se ha sintomi o meno,  se gli duole la pancia, dei problemi a portare fuori il cane o del mal di testa che non lo molla. Un profluvio di esibizionismo da divano domestico,  che si combatte anche a colpi di comunicati dei rispettivi uffici stampa, qualora, è il caso ad esempio di Carlo Conti ieri, certe informazioni vengano distorte, enfatizzate o non capite.

Per fortuna,  trattandosi mediamente di persone in buona salute, giovani o comunque non troppo in là con gli anni, il tutto si risolve in un paio di tamponi e nel mezzo qualche linea di febbre. E allora ci si chiede: perché tutto questo voler mettere in piazza un aspetto delicatissimo come la propria salute da parte di persone che, solitamente, sono attentissime allo loro privacy? Cosa ci vogliono dire i ‘famosi’?

Certo, c’è la volontà di avvertire che il virus esiste e colpisce. Cosa di cui per altro sono più o meno  tutti convinti. C’è un intento dunque educativo, in qualche modo edificante. Però c’è anche molto altro. Ad esempio c’è la malsana corsa a farsi vedere su un terreno che oggi genera consenso. C’è il profondo cambiamento della comunicazione che oggi determina di portare in piazza il proprio vissuto più intimo come forma distorta di vicinanza al popolo, da cui altrimenti li separano  enormi plusvalenze in termini di reddito ed opportunità. E c’è la macchina della comunicazione che vede in questo un motivo diretto  o indiretto di vantaggi.

Il rischio però è una banalizzazione del dolore e della malattia.  Il covid ha procurato drammatiche sofferenze a individui e famiglie. Che nel silenzio e nella compattezza hanno vissuto e vivono il loro dramma, Dovendo spesso far i conti con la lungaggini delle burocrazie e con l’imballamento del sistema. Senza contare l’impatto devastante sulle vite lavorative e scolastiche.  Magari a qualcuno la spettacolarizzazione del contagio potrà far piacere. Per quanto mi riguarda ho sempre preferito la compostezza e la riservatezza. Soprattutto su aspetti così delicati.

Anche perché il sospetto è che per qualcuno il covid sia null’altro che una continuazione dello show con altri mezzi. O un metodo per seguitare a dire, signori io ci sono. Anche quando, in fondo, nessuno si sarebbe accorto della mancanza.

 

DG

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IL CAFFE’ SCORRETTO 4 novembre 2020 – La Toscana è al Verde. Per fortuna

IL CAFFE’ SCORRETTO 4 novembre 2020 – La Toscana è al Verde. Per fortuna

La rubrica va in onda tutte le mattine alle 8.10 nella trasmissione 30 Minuti su Controradio. Per leggere ed ascoltare tutti i ‘caffè’ vai QUI

Per ora la Toscana sembra averla scampata: dovrebbe -il condizionale è d’obbligo essendo il DPCM ancora non visibile nella sua versione definitiva che arriverà  stamattina- rimanere nella zona con minore fattore di rischio: la zona verde, per la quale le regole sono sostanzialmente le stesse della scorsa settimana con in più la chiusura dei musei, dei centri commerciali nei week end e la didattica al 100 per cento alle superiori. Oltre, ovviamente,  al coprifuoco nazionale dalle 22, e alla capienza del 50% per i mezzi pubblici. Salve, per ora, scuole elementari e e medie. Salvi parrucchieri ed estetisti. Mentre per la mobilità tra regioni, a meno di  motivi di forza maggiore, si potrebbe andare in Emilia, Umbria Lazio, ma non in Liguria o Lombardia, che sono classificate come Regioni rosse.

Una soluzione modulata si scala nazionale che non soddisfa tutti, ma preserva il Paese da un lockdown come quello che abbiamo vissuto tra marzo e maggio,  quando ogni territorio, da Canicattì a Bergamo, aveva dovuto sottostare alle stesse regole, pur con situazioni epidemiologiche anche  molto differenti.

Intanto la buona notizia viene dalle terapie intensive: secondo quanto affermato ieri in consiglio regionale dall’assessore  alla sanità Bezzini, abbiamo un totale di 190 posti occupati, 153 da positivi covid (età media 75 anni,  con l’84% con malattie croniche). Il tutto  su un totale di 528 che può arrivare a 642. 

Buone notizie anche sul fronte della disponibilità di posti ricovero ordinari: come afferma l’assessora alla protezione civile Monia Monni, entro un mese si potrebbero attivare 2000 nuovi letti  per i ricoverati, 500 sin da subito nell’area Creaf di Prato.  Nei prossimi giorni la vera sfida sarà sul territorio. Le USCA, le unità sanitarie che curano a casa, sono entrate a pieno regime, e  a breve dovrebbero esserci i protocolli nazionali  per i farmaci da usare. Soprattutto  a dicembre si spera arrivi il via agli anticorpi monoclonali che si stanno sperimentando a Siena che potrebbero, quelli sì davvero, concederci un Natale più tranquillo.

DG

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IL CAFFE’ SCORRETTO 4 novembre 2020 – La Toscana è al Verde. Per fortuna

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Per ora la Toscana sembra averla scampata: dovrebbe -il condizionale è d’obbligo essendo il DPCM ancora non visibile nella sua versione definitiva che arriverà  stamattina- rimanere nella zona con minore fattore di rischio: la zona verde, per la quale le regole sono sostanzialmente le stesse della scorsa settimana con in più la chiusura dei musei, dei centri commerciali nei week end e la didattica al 100 per cento alle superiori. Oltre, ovviamente,  al coprifuoco nazionale dalle 22, e alla capienza del 50% per i mezzi pubblici. Salve, per ora, scuole elementari e e medie. Salvi parrucchieri ed estetisti. Mentre per la mobilità tra regioni, a meno di  motivi di forza maggiore, si potrebbe andare in Emilia, Umbria Lazio, ma non in Liguria o Lombardia, che sono classificate come Regioni rosse.

Una soluzione modulata si scala nazionale che non soddisfa tutti, ma preserva il Paese da un lockdown come quello che abbiamo vissuto tra marzo e maggio,  quando ogni territorio, da Canicattì a Bergamo, aveva dovuto sottostare alle stesse regole, pur con situazioni epidemiologiche anche  molto differenti.

Intanto la buona notizia viene dalle terapie intensive: secondo quanto affermato ieri in consiglio regionale dall’assessore  alla sanità Bezzini, abbiamo un totale di 190 posti occupati, 153 da positivi covid (età media 75 anni,  con l’84% con malattie croniche). Il tutto  su un totale di 528 che può arrivare a 642. 

Buone notizie anche sul fronte della disponibilità di posti ricovero ordinari: come afferma l’assessora alla protezione civile Monia Monni, entro un mese si potrebbero attivare 2000 nuovi letti  per i ricoverati, 500 sin da subito nell’area Creaf di Prato.  Nei prossimi giorni la vera sfida sarà sul territorio. Le USCA, le unità sanitarie che curano a casa, sono entrate a pieno regime, e  a breve dovrebbero esserci i protocolli nazionali  per i farmaci da usare. Soprattutto  a dicembre si spera arrivi il via agli anticorpi monoclonali che si stanno sperimentando a Siena che potrebbero, quelli sì davvero, concederci un Natale più tranquillo.

DG

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IL CAFFE’ SCORRETTO 3 Novembre 2020 – La scena, e lo scenario

IL CAFFE’ SCORRETTO 3 Novembre 2020 – La scena, e lo scenario

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Con la chiusura dei musei in tutti e tre gli scenari in cui è stata suddivisa l’Italia (quello Rosso, quello giallo e quello verde), si spegne definitivamente   tutto il comparto della cultura,  relegato nel purgatorio delle attività non essenziali. Come era già accaduto al teatro, e alla musica, si chiude.  In attesa che qualcosa capiti.

Certo, arriveranno i contributi a supporto dei lavoratoti colpiti (i ristori, come si chiamano oramai), certo ci saranno le piattaforme on line ad alleggerire la resa, e si studieranno i modi di non sacrificare la produzione. Magari si incentiveranno canali di fruizione alternativa; forse  si avrà addirittura  il coraggio ad interloquire con i grandi player dell’intrattenimento globale. Rimane il significato devastante, il messaggio terribile di una resa che non ha ragioni oggettive.

In generale la cultura, tranne forse i grandi concerti o gli eventi ipermediatizzati,  non muove grandi folle. Anzi. Spesso i teatri fanno fatica a riempirsi,  non solo  nelle realtà più periferiche. E i musei, a parte i grandi feticci del turismo globale, sono spesso cattedrali vuote. Dove è più facile incontrare un fantasma che un altro essere umano. E allora?

Cosa c’è dietro una decisione che dal punto di vista epidemiologico non porterà oggettivamente alcun beneficio? Probabilmente l’idea che appunto la cultura non serve. Che con la cultura non si mangia. Che non è necessaria.

Tranquilli però: quando tutto questo  sarà finito tornerà la retorica della Cultura come bene essenziale, come nutrimento dell’anima, come elemento fondamentale dell’identità. Sta di fatto che proprio nel momento in cui servirebbe un punto di riferimento che non siano i bollettini della protezione civile sul coronavirus, si chiude tutto. Cala il sipario. E noi siamo qui a chiederci, perché. Sapendo bene che, questo sì,  non serve.

Perché il perché è proprio in quel gesto di spengere le luci, sigillato dallo stesso ministro Franceschini nel momento in cui quasi rimprovera  come scolaretti irresponsabili chi si attarda ad  esprimere  perplessità. E se anche il ministro della cultura relega la cultura al ruolo di orpello anche un po’ fastidioso, allora, mi sa che c’è davvero poco da fare. O meglio, c’è tantissimo.

 

DG

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