Inquinamento, Gessi Rossi: “Istituzioni ‘colpevoli’ anche Regione Toscana”

Inquinamento, Gessi Rossi: “Istituzioni ‘colpevoli’ anche Regione Toscana”

 La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati (Commissione Ecomafie) ha approvato all’unanimità la relazione sull’inquinamento connesso alla gestione del rifiuto “gessi rossi”. Il documento (relatori:On. Stefano Vignaroli, On. Alberto Zolezzi) è stato trasmesso ai Presidenti delle Camere. Ascolta la nostra intervista

I “gessi rossi” si ottengono unendo i fanghi rossi scarto di produzione del biossido di titanio (a Scarlino, in provincia di Grosseto, presso lo stabilimento della multinazionale Venator), con la marmettola (scarto di lavorazione del marmo di Carrara) in qualità di stabilizzante. Per ogni tonnellata di biossido di titanio, prodotto in Italia solo nello stabilimento di Scarlino, si generano sei tonnellate di gessi rossi, che devono essere smaltiti come rifiuto. Il biossido di titanio è usato nella produzione di numerosi oggetti quotidiani, tra cui pitture in campo industriale e civile, plastica, cosmetici, carta, prodotti farmaceutici, fibre, film, inchiostri, catalizzatori, calcestruzzo, materiali da costruzione e purificazione dell’acqua. La Commissione, che aveva già dedicato al tema un approfondimento nella precedente Legislatura nell’ambito della relazione sulla Toscana, ha indagato ulteriormente le diverse modalità di gestione del rifiuto, portando alla luce numerose e gravi criticità ambientali.

Secondo quanto emerso dal lavoro della Commissione, dal 2004 gran parte dei gessi rossi – in media circa 200mila tonnellate all’anno, per oltre 3 milioni di tonnellate complessive – sono stati conferiti nella cava esaurita di Poggio Speranzona, situata a circa 20 chilometri di distanza dallo stabilimento, vicino alla riserva statale della Marsiliana. La movimentazione avviene con circa 70 camion al giorno, dal lunedì al venerdì. Quantitativi più esigui sono stati conferiti alla discarica interna adiacente alla fabbrica o utilizzati come correttivi di terreni agricoli. L’impiego per il ripristino ambientale della cava (condotto da Sepin srl) è stato approvato nel 2004 con un accordo volontario tra Regione Toscana, Huntsman Tioxide Europe (oggi Venator Italy), Comuni del territorio, provincia di Grosseto, Arpa Toscana e Asl.

I gessi rossi non si sono però rivelati idonei per questo impiego, in considerazione del fatto che vi sono diversi superamenti dei valori soglia previsti dalla legge. Di fronte a tali violazioni dei parametri e a dispetto dell’inquinamento provocato, tra il 2006 e il 2017 sono intervenute tre differenti deroghe per le concentrazioni di solfati, cloruri e cromo e vanadio: nei primi due casi tramite provvedimenti statali, nel terzo attraverso una legge regionale. Non sembra alla Commissione che questo sia l’atteggiamento corretto da tenere da parte dello Stato e delle Istituzioni pubbliche che dovrebbero tutelare l’ambiente. Anziché cambiare la legge consentendo la prosecuzione dell’inquinamento delle matrici ambientali, si sarebbe dovuto vietare l’uso dei gessi rossi per il ripristino delle ex cave esaurite, in quanto l’unica legittima modalità di gestione di tale rifiuto era il conferimento in discarica. La Commissione ritiene che le norme derogate sui requisiti dei gessi rossi siano illegittime, poiché in contrasto con quelle sull’inquinamento della falda, contrasto che solo la Corte Costituzionale può risolvere.

Secondo le stime della Commissione, tale modo di disfarsi dei gessi rossi ha permesso alla società produttrice di risparmiare in 15 anni circa 240 milioni di euro, rispetto allo smaltimento in discarica.

Il rilascio nei terreni di solfati, cloruri, manganese, nichel, cromo e ferro ha portato nel tempo alla contaminazione delle acque sotterranee alla cava di Poggio Speranzona. In presenza di tali dati, il conferimento dei rifiuti nella cava dovrebbe essere fermato e si dovrebbe imporre la bonifica al soggetto responsabile. I soggetti responsabili che stanno provocando l’inquinamento della falda mediante il deposito dei gessi rossi nella ex cava di Poggio Speranzona sono Venator e Sepin, i quali hanno l’obbligo di attivare le procedure previste dall’articolo 242 del d. lgs. 152/2006 per la prevenzione dell’inquinamento e la bonifica della falda.

La Commissione ritiene che per tutti questi anni vi sia stata una grave omissione da parte di tutti gli enti preposti al controllo, che non hanno fermato l’uso dei gessi rossi depositati sui terreni, nonostante vi fossero tutte le evidenze della gravità dell’inquinamento che essi stavano provocando. Evidenze corroborate dall’accertato inquinamento anche della falda della piana di Scarlino, dove si trovano lo stabilimento e la discarica interna di Venator Italy in cui negli anni sono stati conferiti gessi rossi. Tali rifiuti, secondo uno studio commissionato nel 2011 all’università di Siena, hanno provocato una contaminazione da manganese, ferro e solfati delle acque sotterranee sottostanti. Su questa base la Regione Toscana ha chiesto nel 2017 una bonifica della falda della piana. La richiesta è stata accolta dalla società (al tempo Huntsman Tioxide Europe), ma ad oggi le bonifiche non risultano completate.

Inoltre, ad ulteriore aggravio della situazione di grave inquinamento della falda sotterranea, c’è da aggiungere la circostanza che la Huntsman Tioxide Europe di Scarlino ha ottenuto nel 2010 dal Ministero delle Politiche Agricole anche la registrazione del rifiuto speciale “Gesso Rosso”, quale correttivo di terreni agricoli. Tale uso dei gessi rossi tuttavia non è idoneo, poiché una volta depositati questi rilasciano inquinanti, mettendo a rischio di contaminazione sia i terreni, sia le falde acquifere.

Infine, ulteriore argomento perché i gessi rossi siano da considerare a tutti gli effetti rifiuti, escludendo ogni loro riutilizzo, è costituito dal fatto che il biossido di titanio è stato riclassificato e inserito nel regolamento (CE) n. 1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio concernente l’etichettatura delle sostanze pericolose, con l’indicazione di pericolo H351 – cancerogeno di categoria 2. Di conseguenza, considerata la sua pericolosità, la Commissione europea a febbraio 2020 ha inserito il biossido di titanio in una tabella di sostanze da normare entro 18 mesi.

Sulla gestione dei gessi rossi sono anche state svolte approfondite indagini dai Carabinieri Noe e dai Carabinieri forestali di Grosseto. Il fascicolo dell’inchiesta è stato trasmesso dalla Procura di Grosseto alla Direzione distrettuale antimafia di Firenze nel mese di ottobre 2015. Quest’ultima,nel mese di novembre 2020, a distanza di cinque anni dal ricevimento del fascicolo, ha comunicato alla Commissione di aver attivato accertamenti tecnici coperti da segreto.

«Approfondendo la gestione dei gessi rossi in provincia di Grosseto, la Commissione si è trovata davanti un caso emblematico di cattiva amministrazione. La gravità di questa storia è chiara: trovato l’inquinamento, la legge lo mantiene. Parliamo di enormi quantità di rifiuti industriali che dovevano andare in discarica, e invece vengono usati dal 2004 per il ripristino ambientale di una ex cava. Così hanno inquinato il terreno e due falde acquifere. Il tutto con il benestare della Regione Toscana e delle istituzioni centrali. Spero che il lavoro della Commissione possa finalmente mettere la parola fine a questa storia. Basta cercare nuove cave esaurite da riempire con i gessi rossi: è tempo che questo rifiuto speciale venga smaltito correttamente in discarica ed è necessario cancellare le deroghe introdotte nel tempo», dichiara il presidente della Commissione Ecomafie Stefano Vignaroli.

Sulla vicenda interviene anche  l’On Luca  Sani (Pd). che dice:  “quando si parla di gessi rossi non si pone soltanto il tema generale del loro utilizzo, che deve essere sempre e comunque compatibile con l’ambiente e la salute pubblica, ma del futuro di centinaia di lavoratori, compreso l’indotto, e delle loro famiglie. Per individuare soluzioni efficaci, condivise e che tengano realmente conto delle esigenze del territorio interessato occorre evitare approcci parziali”.  “Le conclusioni della relazione restano poi sospese ed ambigue -a ggiunge Sani-: se le attuali norme promuovessero l’inquinamento (come attesterebbe il documento) non si comprende perché la soluzione del problema debba essere demandata alla Corte Costituzionale, organo autorevole ma dalla tempistica non certamente rapida. Quello che emerge con chiarezza, e che peraltro era già noto, è che i gessi rossi possono essere utilizzati per il ripristino ambientale soltanto in terreni con determinate caratteristiche morfologiche e privi di considerevoli falde acquifere. Così è stato fatto fino ad oggi e così andrà verificato che venga fatto, in attesa che l’azienda individui forme alternative di smaltimento. Un processo produttivo già inaugurato – conclude Sani – ma che va sicuramente accelerato”.

 

 

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