Disco della settimana: Paul Weller “Fat Pop”

Disco della settimana: Paul Weller “Fat Pop”

“Fat Pop” non è il più bell’album di Paul Weller, eppure contiene una manciata di ottime canzoni, assemblate con la consueta maestria ed il grande mestiere di un’icona di stile della musica inglese.

E’ il suo sedicesimo album FAT POP, uscito un anno dopo la pubblicazione di On Sunset.

Icona MOD, giovanissimo leader dei Jam e poi con The Syle Council, durante la primavera dello scorso anno, dopo l’annullamento delle date del tour, Weller ha dedicato il suo tempo alla composizione di nuova musica.

Così è nato Fat Pop: Paul inizialmente ha registrato da solo, con voce, piano e chitarra, le canzoni che aveva sul suo telefono, ha poi inviato le demo ai membri della sua band (il batterista Ben Gordelier, il chitarrista Steve Cradock e il bassista Andy Crofts), per aggiungere le rispettive parti. La band è stata poi convocata al Weller’s Black Barn studio a Surrey per finire il lavoro Fat Pop è un album che racchiude suoni anche molto diversi tra loro, senza che alcuno stile specifico predomini. C’è l’incedere synth-heavy e future-wave di Cosmic Fringes, la maestosa ballata Still Glides The Stream (co-scritta con Steve Cradock), il groove di Moving Canva (si dice un tributo a Iggy Pop) e le sinfonie pop immediate e drammatiche di Failed, True e Shades of Blue. Manca invece la componente più sperimentale che aveva occupato buona parte dei più recenti lavori.

Un album dunque figlio di un periodo particolare che testimonia però l’inarrestabile vena creativa del “Modfather”, un album come sempre di ottima fattura, un po’ “di mestiere”, ma non privo di un paio di episodi che rientreranno nel meglio della sua vasta produzione.

Intanto resta da chiarire quel sibillino “Volume 1″…

Official site  www.paulweller.com

 

 

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Disco Della Settimana: Van Morrison “Latest Record Project: Volume 1”

Disco Della Settimana: Van Morrison “Latest Record Project: Volume 1”

Inarrestabile, incredibilmente prolifico, inguaribilmente polemico e controcorrente, Van Morrison torna con ”Latest Record Project: Volume 1”, il suo 42° disco, un atto d’amore per il blues, l’R&B, il jazz e il soul ed uno sguardo caustico sulla contemporaneità.

Van Morrison presenta ”Latest Record Project: Volume 1”, il nuovo album uscito per Exile/BMG. Il suo quarantaduesimo disco ”Latest Record Project: Volume 1”, il suo album più dinamico e contemporaneo da anni, è un viaggio di 28 tracce nel suo continuo amore per il blues, l’R&B, il jazz e il soul. Per quanto possiate amare i suoi classici, questo nuovo progetto dimostra che Morrison vive nel presente e rimane un artista integro e originale.

“Mi voglio allontanare dall’essere riconosciuto sempre per le solite canzoni, I soliti album”, dice Morrison. “Questo ragazzo ha scritto 500 canzoni, forse di più, quindi? Perché promuovere sempre le solite dieci? Sto cercando di uscire da questo schema”.

A breve distanza da uno split molto polemico nei confronti delle misure di lockdown in compagnia di Eric Clapton, ”Latest Record Project: Volume 1” è il risultato di un periodo di isolamento forzato. Impossibilitato di andare in tour, Van Morrison si è immerso in un costante songwriting, suonando al piano, alla chitarra o al sassofono. Sono emersi così I nuovi brani che brillano di schiettezza e vivacità, grazie anche alla collaborazione con una sezione ritmica con la quale condivide un feeling immediato e spontaneo.

Il re indiscusso del soul celtico va dritto al cuore con il suo baritono che abbraccia un caldo suono di organo, accompagnato da armonie vocali doo wop e sha-la-la. Altri spunti eccellenti emergono di continuo, dal sassofono che brilla nella gemma R&B ”Jealousy”, alla gioiosa e country ”A Few Bars Early”, passando per lo spirito garage rock in stile Them dell’esplicita ”Stop Bitching, Do Something”.

Nonostante che l’album risuoni del sentimento romantico e del calore notturno per cui è noto al suo pubblico, il tema dominante è un commento diretto sulla vita di oggi. ”Dead Beat Saturday Night” è una presa di posizione nell’affrontare in modo concreto il suo lockdown: “No life, no gigs, no choice, no voice“. Emerge anche nel rock’n’roll da bar di ”Where Have All The Rebels Gone”, che denuncia la mancanza di un vero pensiero indipendente, oggi sostituito dalla mera apparenza. “Why Are You On Facebook?” riguarda le opinioni di Van Morrison sui social media. Stop Bitching, Do Something che sta per “smettila di lamentarti, fai qualcosa” dallo spirito garage-rock in stile Them è altrettanto esplicita.

Due brani, ”Love Should Come With A Warning” e ”Mistaken Identity”, sono scritti con il grande Don Black. Van Morrison si è avvicinato a Black dopo aver riconosciuto in ”On Days Like These”, la sua ballata pop del 1969 cantata da Matt Monro per la colonna sonora di ”The Italian Job”, qualcosa che gli ricordava il suo stile. Il risultato ha portato Black a scrivere oggi ”Mistaken Identity”, che, paradossalmente, è la canzone più autobiografica dell’album.

Ciò che ”Latest Record Project: Volume 1” dimostra è che se volete apprezzare veramente l’arte di Van Morrison, dovete ascoltare quello che fa oggi perché è un’artista che non si ferma mai.

Van Morrison Ha celebrato l’uscita del suo attesissimo nuovo doppio album ”Latest Record Project: Volume 1”, suonando la sua prima performance virtuale in assoluto l’8 maggio.

Sir George Ivan “Van” Morrison Belfast, 31 agosto 1945) è una leggenda vivente della musica internazionale. Nato e cresciuto a Belfast, formato dagli ascolti di Ray Charles, Leadbelly e Solomon Burke, dopo gli esordi blues rock con i Them, Morrison intraprese una carriera solista in bilico tra la passione giovanile per la musica nera, una forte vena sperimentale (che lo ha portato a sconfinare spesso in territori jazz) e uno stretto legame con la musica tradizionale della sua terra d’origine. A rendere unico il suo stile contribuirono la sua caratteristica vocalità e una intensa poetica che abbraccia musica e parole in modo altamente espressivo.

La rivista Rolling Stone lo classifica quarantaduesimo nella sua lista dei cento migliori artisti di sempre nonché ventiquattresimo in quella dei cento migliori cantanti. Le sue esibizioni dal vivo, al suo meglio, sono state definite come “mistiche e trascendenti”. due suoi album, Astral Weeks e Moondance, compaiono nella lista dei 500 migliori album di sempre, ancora secondo Rolling Stone .

Latest Record Project: Volume 1”   è uscito in formato doppio-CD, deluxe-CD, triplo-vinile e su tutte le piattaforme digitali.

Visita www.vanmorrison.com per gli ultimi aggiornamenti e i dettagli dei biglietti per gli spettacoli dal vivo.

 

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Disco della settimana: St. Vincent “Daddy’s Home”

Disco della settimana: St. Vincent “Daddy’s Home”

Daddy’s Home, il 6° album in studio di Annie Clark aka St. Vincent, è un’altra sfumatura di un’artista in continua evoluzione, considerata da molti come una delle personalità più innovative e intriganti della scena musicale contemporanea.

Daddy’s Home è una raccolta di storie sul sentirsi a terra in giro per le strade di New York City. I tacchi della notte scorsa sul treno del mattino. Il trucco di tre giorni prima ancora sul viso” – St. Vincent

Annie Clark ha pubblicato il suo disco d’esordio come St. Vincent nel 2007, si intitolava Marry Me. I suoi album successivi hanno sempre rappresentato una crescita e una maturazione in un caleidoscopio di stili, ricordiamo Actor (2009), Strange Mercy (2011) e il quarto album St. Vincent che nel 2014 ha vinto il Grammy come Best Alternative Album, rendendola la seconda artista femminile vincitrice della categoria. Oltre ai suoi lavori solisti, St. Vincent lavora bene anche con altri artisti: le sue collaborazioni includono un album con David Byrne (Love This Giant del 2012), una performance come cantante e chitarrista dei Nirvana in occasione dell’ingresso della band nella Rock and Roll Hall Of Fame, e un duetto con Dua Lipa ai Grammy Awards del 2019. Nel 2017, al lavoro con il co-produttore Jack Antonoff, St. Vincent ha dato vita a MASSEDUCTION, un vero e proprio manifesto. Tanto ambizioso quanto accessibile, l’album ha portato St. Vincent in Top 10 in UK e US e alla #1 dei migliori album del 2017 secondo il New York Times e il Guardian, e le ha assicurato un posto nelle classifiche di fine anno di The AV Club, Billboard, Entertainment Weekly, Mashable, The New York Daily News, NME, Paste, Pitchfork, Q, Stereogum, USA Today e molti altri.

L’album live del 2018, MassEducation, ha rivelato l’altra dimensione di MASSEDUCTION. Registrato dal vivo in studio con Annie alla voce e Thomas Bartlett al piano in sole due notti nell’agosto del 2017, l’album metteva a nudo la struttura compositive dei brani presenti nel suo predecessore.

Nell’inverno del 2019, quando la title track di MASSEDUCTION ha vinto un Grammy come Best Rock Song e l’album ha vinto nella categoria Best Recording Package, il padre di St. Vincent è stato rilasciato dalla prigione dopo 9 anni di detenzione, corresponsabile di una frode finanziaria da decine di milioni di dollari. Così lei ha iniziato a comporre i brani che sarebbero poi stati raccolti in Daddy’s Home, chiudendo il cerchio di un viaggio iniziato con l’incarcerazione del padre nel 2010 e che l’ha riportata a un vinile che suo padre le aveva fatto ascoltare durante la sua infanzia. Gli album che ha probabilmente ascoltato di più in tutta la sua vita. Musica che proviene dalla New York del 1971-1975 in cui tutto era tinto di toni seppia.

La prima sintesi di questa nuova era di St. Vincent è “Pay Your Way In Pain”, un sinuoso singolo funk, pronto ad enfatizzare la vocalità della Clark e le sue doti con l’intramontabile chitarra Ernie Ball Music Man. Il brano suona come se dei viaggiatori del tempo fossero arrivati dal futuro per prenotare una sessione agli Electric Lady nei primi anni ’70. Il video di “Pay Your Way In Pain”, diretto da Bill Benz (regista dell’imminente The Nowhere Inn, di cui St. Vincent è co-autrice e protagonista), ci presenta il mondo visivo di Daddy’s Home, un universo in cui una delle artiste più futuristiche di questa epoca si fionda nel tunnel senza fine dei varietà televisivi.

L’album è stato prodotto da Annie Clark e Jack Antonoff, registrato da Laura Sisk, mixato da Cian Riordan e masterizzato da Chris Gehringer. Con la musica di Annie, Jack, Cian, Thomas, Evan Smith, Sam KS, Greg Leisz, Daniel Hart, Michael Leonhard, Linne Fiddmont e Kenya Hathaway.

Questa la tracklist:

01. Pay Your Way In Pain
02. Down And Out Downtown
03. Daddy’s Home
04. Live In the Dream
05. The Melting Of The Sun
06. The Laughing Man
07. Down
08. Somebody Like Me
09. My Baby Wants A Baby
10. …At The Holiday Party
11. Candy Darling


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Disco della settimana: The Black Keys “Delta Kream”.

Disco della settimana: The Black Keys “Delta Kream”.

Appena pubblicato per Nonesuch Records, “Delta Kream” è il decimo album in studio per il duo di Akron The Black Keys. L’album celebra le origini della band attraverso undici brani votati al Mississippi Hill Country Blues, con canzoni di R. L. Burnside, Junior Kimbrough e altri artisti che hanno contribuito alla formazione musicale dei Black Keys.

Dan Auerbach e Patrick Carney hanno registrato Delta Kream” all’Easy Eye Sound di Nashville, studio di Auerbach. Con loro numerosi musicisti e leggende del blues come Kenny Brown, Eric Deaton, R.L. Burnside e Junior Kimbrough. Il titolo dell’album è ispirato all’iconica foto di William Eggleston in copertina.

“Abbiamo realizzato questo album per onorare la scena musicale blues del Mississippi che ci ha influenzato fin dall’inizio”, spiega Auerbach. “Per noi questi brani sono tanto importanti oggi quanto lo sono stati il primo giorno che io e Pat abbiamo iniziato a suonare insieme. È stato davvero emozionante, di grande ispirazione e del tutto naturale riscoprirli con Pat, Kenny Brown ed Eric Deaton”.

“Abbiamo pianificato il tutto con pochi giorni di preavviso”, ricorda Carney. “Abbiamo registrato l’intero album in una decina di ore, nell’arco di due pomeriggi alla fine del ‘Let’s Rock’ tour”.

Il disco è stato anticipato dal singolo “Crawling Kingsnake”. “Ero alle superiori quando ho ascoltato per la prima volta la versione di John Lee Hooker”, ricorda Auerbach. “Mio zio Tim mi regalò l’album. La nostra versione ha uno stile molto più vicino a quello di Junior Kimbrough. Praticamente un disco riff!”. “Siamo arrivati a questa intro di batteria quasi per caso”, aggiunge Carney, “e ce ne siamo subito innamorati. L’obiettivo finale è stato poi quello di amalgamare le chitarre al profondo groove creato da me ed Eric”.

La musica nata nel nord del Mississippi ha da sempre un forte ascendete sul suono de The Black Keys, dalle loro cover di “Busted” di R.L. Burnide e di “Do The Romp” di Junior Kimbrough al loro album di debutto.

Oltre a rendere omaggio a queste leggende del blues del Mississippi con Delta Kream, The Black Keys stanno lavorando con VisitMississippi, l’organizzazione turistica dello stato, per promuovere una nuova segnaletica per evidenziare R.L Burnside e Junior Kimbrough sul Mississippi Blues Trail, che racconta le storie degli artisti blues dello stato, tanto famosi quanto oscuri attraverso le parole e le immagini. (Entrambi i musicisti sono attualmente conosciuti su un percorso di gruppo a Holly Springs intitolato “Hill Country Blues.”) La nuova segnaletica sarà eretta ad Holly Springs e Chulahoma, luoghi strettamente associati a Burnside e Kimbrough – un tributo appropriato a questi artisti dell’ Hill Country Blues e ulteriore riconoscimento dei loro contributi dati alla musica americana.

Formatosi a Akron (Ohio) nel 2001, The Black Keys, definiti “i sovrani del rock” da Associated Press e “una delle migliori rock ‘n’ roll band del pianeta” da Uncut, sono: il chitarrista/cantante Dan Auerbach e il batterista Patrick Carney. Dopo essersi esibita in una miriade di piccoli club, la band ha conquistato le arene di tutto il mondo e pubblicato nove album in studio: il primo di debutto The Big Come Up (2002), seguito da Thickfreakness (2003) e Rubber Factory (2004), e le successive pubblicazioni per Nonesuch Records Magic Potion (2006), Attack & Release (2008), Brothers (2010), El Camino (2011), Turn Blue (2014) e il più recente “Let’s Rock” (2019), più l’edizione per i dieci anni di Brothers (2020). The Black Keys hanno vinto sei Grammy Award e un BRIT Award e suonato da headliner nei più importanti festival in US ed in Europa

Molte sono anche le certificazioni in Italia: l’album EL CAMINO è ORO, il singolo LONELY BOY è disco di PLATINO, mentre HOWLIN’ FOR YOU, FEVER e GOLD ON THE CEILING sono tutti singoli certificati ORO 

“Delta Kream” tracklist:

  1. Crawling Kingsnake (John Lee Hooker / Bernard Besman)
  2. Louise (Fred McDowell)
  3. Poor Boy a Long Way From Home (Robert Lee Burnside)
  4. Stay All Night (David Kimbrough, Jr.)
  5. Going Down South (Robert Lee Burnside)
  6. Coal Black Mattie (Ranie Burnette)
  7. Do the Romp (David Kimbrough, Jr.)
  8. Sad Days, Lonely Nights (David Kimbrough, Jr.)
  9. Walk with Me (David Kimbrough, Jr.)
  10. Mellow Peaches (Joseph Lee Williams)
  11. Come on and Go with Me (David Kimbrough, Jr.)

 

 

https://theblackkeys.com

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Disco della Settimana: Teenage Fanclub “Endless Arcade”

Disco della Settimana: Teenage Fanclub “Endless Arcade”

A distanza di quattro anni dall’ultimo album in studio intitolato Here, tornano in pista gli scozzesi Teenage Fanclub. Endless Arcade è il dodicesimo album, il primo senza il bassista e cantante co-fondatore Gerard Love.

Endless Arcade è il primo lavoro dalla partenza del co-fondatore Gerard Love, vuoto riempito dall’ingresso in formazione di Euros Child dei Gorky’s Zygotic Mynci (con la t-shirt verde in foto). L’album è stato anticipato dai singoli Home, che apre il disco, e da I’m More Inclined.


Quanto al titolo dell’album, in un comunicato stampa Norman Blake ha dichiarato: “Penso a una sala giochi infinita come una città in cui puoi vagare, con un senso di mistero, immaginario che va avanti per sempre. Quando si trattava di scegliere il titolo di un album, sembrava avere qualcosa per questa raccolta di canzoni. Così recita infatti la title track: “Non avere paura di questa sala giochi senza fine che è la vita”.

La band, attiva dal 1997, ha definito da subito quelli che sono i parametri per molta di quella musica a cavallo indie-pop e power-pop a venire, attingendo alla lezione di Byrds e Big Star, tanto da essere citate come una della band preferite di Kurt Cobain o da essere definita da Liam Gallagher come “la più grande band del mondo, a parte gli Oasis”.
La formula, perfetta dall’inizio (ora solo un po’ meno “ teenage”), non ha avuto motivo di cambiare troppo da quelli che furono il loro capolavori “Bandwagonesque” o “Grand Prix”, ed è esattamente la quintessenza di ciò che sono i Teenage Fanclub: melodie evocative e rassicuranti, intrecci vocali westcoastiani, morbide linee di tastiera. Le tematiche dell’album restano in bilico tra il malinconico, l’edificante e alcune semplici verità della vita: casa, comunità, insicurezze e speranze, ansie e perdite.

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