L’Unione Europea discute sul passaporto d’immunità

L’Unione Europea discute sul passaporto d’immunità

Il passaporto d’immunità consentirebbe di tornare a viaggiare ai cittadini europei che non hanno il coronavirus, ma ci sono dei dubbi.

Durante la riunione tra i Governatori dei 27 paesi membri che si è tenuta giovedì 25 febbraio si è discusso del passaporto d’immunità, tra le altre misure di contrasto alla pandemia. Il tema interesserebbe maggiormente i paesi europei colpiti dal crollo del turismo, tra cui l’Italia.

Ursula Von Der Leyen ha ribadito che l’obiettivo dell’Unione Europea è vaccinare almeno il 70% della popolazione adulta entro l’estate. Le complicazioni nella campagna vaccinale hanno però fatto prendere in seria considerazione misure alternative per un ritorno a una situazione di quasi normalità prima dell’estate grazie al passaporto d’immunità.

Il documento certificherebbe l’assenza di coronavirus per chi ha già ricevuto il vaccino oppure ha effettuato un test negativo. Per gestire i dati e aggiornarli in tempi utili, si è pensato alla realizzazione di un database condiviso tra gli stati membri. Google e Apple hanno già fatto delle proposte di strumenti paragonabili all’OMS. Tuttavia, nell’Unione Europea, c’è una forte diffidenza nell’affidare dati sensibili a società private straniere.

Oltre a Italia e Grecia, per ragioni legate all’economia del turismo, anche l’Austria si è mostrata favorevole all’adozione del passaporto d’immunità, comvinta che possa rappresentare una soluzione anche per l’accesso agli spazi comuni come ristoranti, cinema e teatri.

Dove questa idea sembra già in fase di realizzazione è Israele. Un’applicazione simile al passaporto d’immunità certificherà di essere stati vaccinati oppure di essere negativi ai test per consentire l’accesso ai luoghi pubblici. Questa misura però è meno discriminante in Israele, dove più del 50% della popolazione è già stato vaccinato, mentre nell’Unione Europea quei numeri sono ancora lontani.

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Facebook e l’Australia hanno una relazione complicata

Facebook e l’Australia hanno una relazione complicata

Dopo giorni in cui i contenuti dei siti di news australiani non erano visibili su Facebook, il Governo e la piattaforma hanno trovato un accordo.

Avevamo già parlato del piano del Governo australiano per imporre a Facebook l’obbligo di pagamento degli articoli dei siti di news ospitati sulla sua piattaforma, secondo il criterio che fossero gli stessi giornali a offrire un servizio a Facebook, e non il contrario. Dopo l’effettiva entrata in vigore delle leggi, Facebook ha deciso di bloccare la visione e la condivisione dei link che riconducevano ai siti di news, di fatto oscurando le testate australiane per alcuni giorni.

Lo stallo è durato pochi giorni. I rapporti di forza propendevano chiaramente verso Facebook e i dati sul traffico dei siti di news australiani in quei giorni hanno portato a conclusioni inequivocabili sulla natura della relazione tra Facebook e i siti di news. I pochi giorni di assenza dal social sono costati un calo del traffico del 30%, interamente riconducibile all’oscuramento da parte del social network. Infatti, per fare un confronto, sono stati usati i dati sul traffico coincidenti agli occasionali shutdown di Facebook in cui le persone che non possono accedere alla piattaforma cercano i link alle notizie tramite browser o direttamente sui siti dei giornali. In questi giorni non è andata così, l’utenza giornaliera su Facebook è rimasta invariata, inficiando esclusivamente il numero di utenti dei siti di news.

La conclusione immediata è una: sono i siti di news ad avere bisogno di Facebook più del contrario. Di questo si sono resi conto abbastanza presto tutte le parti coinvolte. Il Governo australiano, su richiesta dei gestori dei giornali, ha garantito il ripristino della situazione precedente. Successivamente, Facebook ha rilasciato un comunicato in cui ringraziava il Governo australiano per aver trovato un accordo che secondo loro “riconoscesse il valore che Facebook e i siti di news hanno reciprocamente”.

La questione non riguardava soltanto Facebook. Anche Google era stata chiamata a versare dei contributi ai siti di news e ha recentemente stretto un accordo con News Corp, una delle più grandi holding editoriali di proprietà di Rupert Murdoch. L’accordo prevede la condivisione delle notizie dei giornali appartenenti a News Corp nel servizio News Showcase di Google. La partnership è stata accolta positivamente da entrambe le parti con Robert Thompson, Amministratore Delegato di News Corp che ha commentato la vicenda definendola un risultato positivo grazie a cui “i contenuti di qualità sui giornali verranno premiati da una maggiore remunerazione”, omettendo che la remunerazione è rivolta esclusivamente ai giornali gestiti da lui.

Anche il Canada e l’Unione Europea avevano annunciato delle restrizioni all’autonomia di Facebook e delle grandi piattaforme straniere in generale. Dopo i recenti sviluppi, resta da vedere se decideranno di proseguire secondo quanto già proposto o se adegueranno le loro strategie.

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In Australia holding editoriale fa accordo con Google e Facebook

In Australia holding editoriale fa accordo con Google e Facebook

La più grande news media company d’Australia ha stipulato un accordo con Google e Facebook per l’utilizzo dei suoi contenuti ed è una notizia importante per il settore del giornalismo globale.

In Australia, il gruppo editoriale Seven West Media ha stipulato un accordo commerciale con Google. L’azienda statunitense ha avviato una partnership e pagherà direttamente i contenuti giornalistici prodotti da Seven West Media. Questo è avvenuto alla vigilia della discussione nel Parlamento Australiano della tanto discussa legge che obbligherebbe i giganti digitali a pagare per le notizie prodotte da terzi e diffuse sulle loro piattaforme.

Seven West Media è un’azienda quotata in borsa, possiede 21 pubblicazioni diverse e produce contenuti televisivi, cartacei e digitali. Kerry Stokes, l’amministratore delegato dell’azienda, ha ringraziato il Parlamento australiano per l’accordo. Infatti la partnership a lungo termine tra Seven West media e Google è stata propiziata dal Governo australiano che ha moderato un incontro tra i dirigenti del settore dei media, il CEO di Facebook Mark Zuckerberg e Sundar Pichai, amministratore delegato di Alphabet, la holding che controlla Google.

Stokes ha riconosciuto i meriti del Governo e del garante della competizione per la stipulazione della legge che verrà discussa il prossimo martedì al Parlamento australiano. Il capo di Seven West Media ha dichiarato: “Il protocollo di contrattazione stabilito dal Governo ci ha consentito di negoziare con Google e Facebook degli accordi economici equi e garantire il sostentamento dell’informazione digitale”.

Per Google, l’accordo fa parte di News Showcase, il modello che l’azienda sta implementando con le pubblicazioni di tutto il mondo a partire dallo scorso ottobre per assicurarsi la presenza dei contenuti giornalistici sulla propria piattaforma. La stessa Google ha annunciato che anche altri siti di news in Australia beneficeranno dell’accordo.

Le cifre del contratto non sono state rivelate ma fonti vicine alle parti hanno fatto trapelare che superino i 30 milioni di dollari australiani (23 milioni di dollari USA) all’anno. Seven West Media ha dichiarato che rilascerà maggiori informazioni dopo l’ufficializzazione dei dettagli prevista tra trenta giorni.

Le conseguenze di questo accordo non sono soltanto confinate all’Australia. Google e Facebook sono preoccupate del precedente che questo modello comporterà negli accordi con gli altri Paesi. In Europa sono già state presentate delle iniziative per limitare l’abuso di potere da parte delle piattaforme digitali e un grosso tema da discutere resta l’uso dei contenuti giornalistici prodotti da terzi. Per adesso solo in Francia è stato stipulato un accordo tra Google e una pubblicazione locale ma anche gli altri Paesi si stanno mobilitando per far rispettare alle piattaforme digitali le stesse norme degli editori.

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Cosa succederà ai social network in Europa

Cosa succederà ai social network in Europa

La sospensione di Donald Trump dai social network ha riacceso il dibattito sul ruolo delle piattaforme e sulla responsabilità della loro gestione. Anche nell’Unione Europea.

La decisione di Twitter per primo, e degli altri social network poi, di eliminare o sospendere il profilo del Presidente degli Stati Uniti è stata accolta da molti come la tanto attesa assunzione di responsabilità dei gestori di queste piattaforme.

In realtà si tratta di una scelta eccezionale e per certi versi unica. Resta fondamentale capire in che misura la mai celata disapprovazione nei confronti di Trump abbia influenzato la decisione delle aziende coinvolte nella sua sospensione, dopo che si erano a lungo dichiarate super partes sui temi politici. In occasione di episodi paragonabili, come le Primavere Arabe, erano stati riconosciuti a social network come Facebook dei meriti nell’offrire uno spazio di condivisione libero dalle imposizioni governative capace perfino di portare all’abbattimento di regimi dittatoriali.

Il dibattito è vivace e sembra non essere più di natura etica ma pratica, perlomeno in Europa. Sembra passato il tempo in cui la discussione ruotava attorno al diritto all’anonimato online. Sia il trasferimento di alcuni servizi essenziali della pubblica amministrazione sulla rete, sia la maggior propensione degli utenti a condividere spontaneamente i propri dati, hanno reso meno prioritario il tema dell’identificazione online, che sembra ormai stare a cuore soltanto ad alcuni pionieri di internet. L’argomento attuale è quale grado di penetrazione debbano avere le leggi dei singoli Stati nelle attività online e come possano essere applicate ad aziende multinazionali.

Finora erano spiccati due modelli di gestione: quello statunitense e quello cinese, con l’UE che faceva da spettatore interessato. Il primo prevede un certo lassismo e molta discrezione alle singole società, per due ragioni sopra tutte le altre: perché le più grandi aziende digitali hanno sede in USA dove pagano miliardi di tasse al Governo e danno lavoro a decine di migliaia di cittadini, e per il Primo Emendamento (quello sulla libertà d’espressione). Le cose sembrano però essere cambiate dopo i fatti di Washington, soprattutto per quanto riguarda la seconda ragione.

Il modello cinese invece è agli antipodi. Nel 2014, in occasione della prima riunione del Gruppo Centrale per l’Informatizzazione e la Sicurezza di Internet, l’organo preposto alla censura della rete, Xi Jinping aveva detto: “Non c’è sicurezza nazionale senza sicurezza online”. Finora la Cina non era mai stata presa come un esempio virtuoso di gestione della libertà di espressione, con critiche anche dall’UE, non ultimo riguardo alle repressione delle proteste di Hong Kong effettuata in larga parte grazie al controllo dei dati dei cittadini.

L’Unione Europea, che finora era intervenuta solo su situazioni specifiche e principalmente di natura finanziaria, correggendo l’abuso di posizione dominante di alcune aziende statunitensi, ha presentato lo scorso dicembre l’introduzione di due nuovi protocolli di gestione.

Il DSA, Digital Services Act, prevede delle linee guida per i social network riguardanti la gestione dell’incitamento alla violenza e la violazione di copyright. Il DSA farà anche sì che alle piattaforme come Google e Facebook venga riconosciuto il ruolo di editore e che siano quindi obbligati a moderare i contenuti e fornire informazioni su alcune scelte come i criteri dietro l’offerta pubblicitaria online. L’Unione Europea si riserva il potere di infliggere multe che possono ammontare fino al sei per cento del fatturato globale delle aziende. Tuttavia il DSA non modifica l’immunità legale dei social network, perciò a essere punibili saranno solo i singoli utenti.

Il DMA, DIgital Market Act, introduce delle normative per il controllo e la limitazione delle quote di mercato delle aziende statunitensi che sono accusate di aver ostacolato la crescita dei fornitori di servizi digitali europei attraverso strategie monopolistiche.

La Commissione Europea ha annunciato che il DSA e il DMA non entreranno in vigore prima del 2023, quando dovrebbe concludersi l’iter legislativo.

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Turismo: TripAdvisor vara Report su recensioni, 1mln false

Turismo: TripAdvisor vara Report su recensioni, 1mln false

66 milioni di recensioni sono state inviate a TripAdvisor nel 2018 dalla community globale di viaggio, ognuna è stata analizzata utilizzando una tecnologia avanzata di individuazione frodi e 2.7 milioni di recensioni sono state soggette a un’ulteriore valutazione umana da parte dei moderatori dei contenuti. Il 4.7% di tutte le recensioni inviate al sito è stato respinto o rimosso dalla tecnologia avanzata di analisi di TripAdvisor oppure manualmente dal team di moderazione; il 2.1% è stata giudicata falsa e la maggioranza di queste (73%) è stata bloccata prima di essere pubblicata.

Sono i risultati del primo Report sulla Trasparenza delle recensioni pubblicato oggi da TripAdvisor, la piattaforma di viaggi a cui milioni di viaggiatori in tutto il mondo si affidano per le sue recensioni di viaggio. ”Il che significa che abbiamo impedito che più di 1 milione di recensioni false fossero mai pubblicate su TripAdvisor”, sostiene il report che che analizza un insieme di dati di un intero anno sulle recensioni inviate al sito dalla community di viaggio globale.

“Essere certi che TripAdvisor sia una piattaforma fidata per i nostri utenti e business è una massima priorità per noi. Negli anni abbiamo continuato a fare progressi con i nostri sistemi avanzati di individuazione delle frodi ma è una battaglia quotidiana e siamo ancora lontani dall’essere completamente soddisfatti” ha dichiarato Becky Foley, Senior Director of Trust & Safety at TripAdvisor. “Anche se stiamo vincendo la lotta contro le recensioni false su TripAdvisor, possiamo proteggere solo il nostro angolo di Internet. Finché altre piattaforme di recensioni non intraprenderanno azioni aggressive, i truffatori continueranno a sfruttare i business più piccoli ed estorcere loro denaro. È tempo che altre piattaforme come Google e Facebook scendano in campo per unirsi a noi nel contrastare con forza questo problema”.

Il report inoltre spiega l’impegno di TripAdvisor nell’individuare i recensori a pagamento: i recensori a pagamento sono individui o aziende che tentano di vendere recensioni degli “utenti” ai business presenti su TripAdvisor. Dal 2015 TripAdvisor ha bloccato l’attività di più di 75 siti che tentavano di vendere recensioni, incluso un individuo che l’anno scorso è stato condannato a 9 mesi di carcere dal Tribunale Penale di Lecce.

“La pubblicazione da parte di TripAdvisor di questo report mostra l’importanza che viene data alla trasparenza e soprattutto risponde pienamente all’esigenza di affidabilità per i turisti/viaggiatori e per gli operatori” ha dichiarato Giorgio Palmucci, Presidente di ENIT. “I dati contenuti mostrano chiaramente il livello di controlli e verifiche che vengono realizzati dal sito per evitare le frodi”.

“Le recensioni dei consumatori sono diventate essenziali per milioni di attività turistiche nel mondo. È il progresso, ammesso che, come recentemente raccomandato dal World Committee on Tourism Ethics, queste recensioni siano affidabili e imparziali” ha commentato Pascal Lamy, Chairman of the World Committee on Tourism Ethics at the UNWTO (World Tourism Organization). “È quindi incoraggiante vedere che piattaforme come TripAdvisor si impegnino nell’essere trasparenti su come monitorano, controllano e gestiscono le recensioni che ricevono al fine di evitare abusi e frodi”.

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