Mt Logistica licenzia tutti i 25 addetti

Mt Logistica licenzia tutti i 25 addetti

Livorno, Cgil: “Mt Logistica ha deciso di licenziare tutti i suoi 25 addetti operativi presso il piazzale di via Firenze a partire dal prossimo 1° ottobre. In questi giorni sono iniziate ad arrivare le lettere di licenziamento ai lavoratori”.

“Chiediamo a gran voce che Mt Logistica riveda la propria decisione: la città di Livorno, già in ginocchio a causa di una pesante crisi occupazionale, non può sopportare la perdita di altri posti di lavoro”. Così Giuseppe Gucciardo, segretario generale Filt-Cgil provincia di Livorno.

“Mt Logistica si occupa per conto della Bertani Trasporti del servizio di movimentazione auto – spiega Gucciardo in una nota -. Mt Logistica dice però di non ritenere più sostenibile l’appalto in questione e per questo ha deciso di recedere dal contratto a partire dal prossimo 30 settembre. Una decisione che riteniamo assolutamente inaccettabile. All’azienda chiediamo pertanto di ritirare il provvedimento, di continuare a mantenere l’appalto e dunque salvare questi 25 posti di lavoro”.

Dal sindacato anche un appello “alla Bertani Trasporti affinché, nel caso in cui Mt Logistica confermasse il proprio passo indietro, si impegni a riaffidare l’appalto ad un nuovo soggetto in grado di garantire la continuità occupazionale”.

Siamo perfettamente a conoscenza delle difficoltà del settore. I volumi di vendita delle auto si stanno sempre più comprimendo a causa della perdurante crisi economica. Sia la pandemia che una lenta ma progressiva transizione all’auto elettrica stanno imprimendo un duro colpo a tutto il mondo della componentistica. Stiamo vivendo una congiuntura sfavorevole, e tutto ciò si ripercuote in modo pesante anche nel settore della movimentazione delle auto: ciò però non significa che i costi di questa grave crisi debbano essere scaricati sui lavoratori.

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Livorno: ucciso in agguato 19 anni fa, 3 arresti

Livorno: ucciso in agguato 19 anni fa, 3 arresti

Livorno: a 19 anni di distanza arrestati il presunto esecutore, un complice e l’uomo che averebbe fornito la pistola per l’omicidio di Alfredo Chimenti, 47 anni, livornese.

L’uomo fu ucciso il 30 giugno 2002 davanti alla sua abitazione di piazza Mazzini a Livorno. Un agguato per gli inquirenti il cui movente sarebbe individuabile nei contrasti, sorti all’epoca del fatto nel mondo delle bische clandestine e del gioco d’azzardo.

I tre arresti sono avvenuti nell’ambito di un’operazione, denominata ‘La Garuffa’ dal nome del circolo di cui Chimenti faceva parte, condotta da carabinieri e guardia di finanza di Livorno e coordinata dalla procura della città toscana, che ha portato in totale a 11 misure cautelari eseguite tra Livorno e Pisa: i reati contestati, a vario titolo, sono omicidio premeditato, associazione per delinquere, usura aggravata, estorsione aggravata e porto abusivo di armi da sparo.

La vittima dell’agguato, come si legge nell’ordinanza del Gip, era diventato un soggetto non gradito alla “batteria” per i suoi comportamenti “prepotenti ed ostativi” nei confronti del gruppo criminale, come ad esempio il no all’assunzione al circolo La Garuffa di una persona vicina alla stessa “batteria”.

Non solo, secondo le risultanze investigative, con i suoi comportamenti dimostrava di non aver timore dei rivali finendo per eroderne il prestigio criminale. Da qui la decisione di “levarlo di mezzo”. Le ulteriori indagini, che la Procura di Livorno ha riattivato proseguendo l’attività della Dda di Firenze, e condotte dai Carabinieri con il determinante contributo del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Pisa, hanno portato alla luce anche l’attività di un’associazione per delinquere, che operava da tempo nel capoluogo, finalizzata all’usura ai danni di persone in difficoltà economiche, e estorsioni nei confronti di esercenti attività commerciali. Definito “originale” dagli stessi inquirenti il sistema che avrebbero utilizzato per l’usura: il “contratto” prevedeva che le vittime acquistassero dall’usuraio oggetti in oro ad un prezzo notevolmente più alto dell’effettivo valore (circa il doppio e a volte anche il triplo), rivendendoli al loro prezzo corrente a compro-oro compiacenti. Le vittime, in tal modo, ottenevano dagli stessi compro-oro l’immediata liquidità di cui avevano bisogno, ma rimanevano debitori nei confronti dell’usuraio di una cifra pari a quasi il doppio di quella ricevuta.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti le vittime maturavano anche interessi passivi da corrispondere unitamente alla quota-capitale, allo stato quantificati in 150 euro a settimana. Le scadenze imposte dagli “strozzini” erano settimanali, quindicinali o mensili, indicate in gergo dagli indagati come “settimane” e “mesate”. Paradigmatico il “contratto” con una delle vittime, che – per far fronte ad impellenti bisogni di liquidità – in poco tempo avrebbe maturato complessivamente un debito di circa 48 mila euro. La vittima avrebbe corrisposto 1.000 euro al mese, in due tranche pagate ogni 15 giorni, e 150 euro a settimana a titolo di interessi, per un totale di 1.600 euro mensili. Nel corso delle indagini sono stati documentati alcuni episodi particolarmente cruenti, come quello del marzo 2018 quando, il giorno dopo che uno degli indagati aveva parlato di “schiacciare la testa”, la vittima dell’estorsione, minacciata con un coltello ed un’arma da sparo, ha subito un sanguinoso pestaggio.

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Livorno: ucciso in agguato 19 anni fa, 3 arresti

Livorno: ucciso in agguato 19 anni fa, 3 arresti

Livorno: a 19 anni di distanza arrestati il presunto esecutore, un complice e l’uomo che averebbe fornito la pistola per l’omicidio di Alfredo Chimenti, 47 anni, livornese.

L’uomo fu ucciso il 30 giugno 2002 davanti alla sua abitazione di piazza Mazzini a Livorno. Un agguato per gli inquirenti il cui movente sarebbe individuabile nei contrasti, sorti all’epoca del fatto nel mondo delle bische clandestine e del gioco d’azzardo.

I tre arresti sono avvenuti nell’ambito di un’operazione, denominata ‘La Garuffa’ dal nome del circolo di cui Chimenti faceva parte, condotta da carabinieri e guardia di finanza di Livorno e coordinata dalla procura della città toscana, che ha portato in totale a 11 misure cautelari eseguite tra Livorno e Pisa: i reati contestati, a vario titolo, sono omicidio premeditato, associazione per delinquere, usura aggravata, estorsione aggravata e porto abusivo di armi da sparo.

La vittima dell’agguato, come si legge nell’ordinanza del Gip, era diventato un soggetto non gradito alla “batteria” per i suoi comportamenti “prepotenti ed ostativi” nei confronti del gruppo criminale, come ad esempio il no all’assunzione al circolo La Garuffa di una persona vicina alla stessa “batteria”.

Non solo, secondo le risultanze investigative, con i suoi comportamenti dimostrava di non aver timore dei rivali finendo per eroderne il prestigio criminale. Da qui la decisione di “levarlo di mezzo”. Le ulteriori indagini, che la Procura di Livorno ha riattivato proseguendo l’attività della Dda di Firenze, e condotte dai Carabinieri con il determinante contributo del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Pisa, hanno portato alla luce anche l’attività di un’associazione per delinquere, che operava da tempo nel capoluogo, finalizzata all’usura ai danni di persone in difficoltà economiche, e estorsioni nei confronti di esercenti attività commerciali. Definito “originale” dagli stessi inquirenti il sistema che avrebbero utilizzato per l’usura: il “contratto” prevedeva che le vittime acquistassero dall’usuraio oggetti in oro ad un prezzo notevolmente più alto dell’effettivo valore (circa il doppio e a volte anche il triplo), rivendendoli al loro prezzo corrente a compro-oro compiacenti. Le vittime, in tal modo, ottenevano dagli stessi compro-oro l’immediata liquidità di cui avevano bisogno, ma rimanevano debitori nei confronti dell’usuraio di una cifra pari a quasi il doppio di quella ricevuta.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti le vittime maturavano anche interessi passivi da corrispondere unitamente alla quota-capitale, allo stato quantificati in 150 euro a settimana. Le scadenze imposte dagli “strozzini” erano settimanali, quindicinali o mensili, indicate in gergo dagli indagati come “settimane” e “mesate”. Paradigmatico il “contratto” con una delle vittime, che – per far fronte ad impellenti bisogni di liquidità – in poco tempo avrebbe maturato complessivamente un debito di circa 48 mila euro. La vittima avrebbe corrisposto 1.000 euro al mese, in due tranche pagate ogni 15 giorni, e 150 euro a settimana a titolo di interessi, per un totale di 1.600 euro mensili. Nel corso delle indagini sono stati documentati alcuni episodi particolarmente cruenti, come quello del marzo 2018 quando, il giorno dopo che uno degli indagati aveva parlato di “schiacciare la testa”, la vittima dell’estorsione, minacciata con un coltello ed un’arma da sparo, ha subito un sanguinoso pestaggio.

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Incendio a Cecina, in fiamme oliveti, boschi e terreni incolti

Incendio a Cecina, in fiamme oliveti, boschi e terreni incolti

Cecina, in provincia di Livorno, un incendio è divampato nel primo pomeriggio di venerdì 10 settembre, in località Colle Mezzano.

Le fiamme, che si sono sviluppate molto velocemente perché alimentate dal forte vento proveniente dal mare, stanno interessando oliveti, alcune porzioni di bosco ma anche alcuni terreni incolti e l’incendio si sta propagando rapidamente ed in modo imprevedibile.

Sono bruciate anche alcune baracche che si trovavano in prossimità di abitazioni, per proteggere le quali dalle fiamme stanno intervenendo i vigili del fuoco.

Le squadre di terra stanno lavorando, con grande difficoltà proprio a causa delle avversità meteorologiche, oltre che i vigili del fuoco sono coinvolte anche squadre di volontari dell’antincendio regionale.

La sala operativa ha inoltre inviato sul posto due elicotteri che stanno concentrando gli sganci a protezione delle abitazioni, mentre un terzo elicottero è stato allertato ed è pronto a partire qualora la situazione dovesse ulteriormente peggiorare.

La Regione ricorda che su tutta la Toscana è stato prorogato fino a domenica 19 settembre il divieto assoluto di abbruciamento di residui vegetali agricoli e forestali (potature, sfalci, ecc) e il divieto di effettuare qualsiasi accensione di fuochi. Resta esclusa la cottura di cibi in bracieri e barbecue situati in abitazioni o pertinenze o all’interno delle aree attrezzate.

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