🎧 Post-Covid, gli italiani ripartono da famiglia, salute, tecnologia

🎧 Post-Covid, gli italiani ripartono da famiglia, salute, tecnologia

È questo il quadro che emerge dalla ricerca “Fiducia, relazioni e comunicazione: la società italiana nell’era del Covid-19” condotta da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, in collaborazione con l’istituto di ricerca Eumetra MR.

Le parole d’ordine della “nuova normalità” italiana? Famiglia, salute, tecnologia. Il mondo è cambiato e così anche i nostri valori, il livello di fiducia e il nostro modo di relazionarci e comunicare. Ci fidiamo più della famiglia che di noi stessi, abbiamo riscoperto l’importanza della salute e della prevenzione e abbiamo una grande voglia di socialità, ma senza rinunciare agli aspetti positivi della tecnologia. È questo il quadro che emerge dalla ricerca “Fiducia, relazioni e comunicazione: la società italiana nell’era del Covid-19” condotta da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, in collaborazione con l’istituto di ricerca Eumetra MR.

Una fotografia che mette a fuoco un indice di fiducia medio che tocca il 65%, con alcune stelle polari che continuano a guidarci più di prima – famiglia, amici e il lavoro, una vera e propria seconda casa nonostante la diffusione dello smartworking dove c’è molta fiducia nei colleghi, nel capo diretto e nel capo azienda. C’è grande riconoscenza verso il sistema sanitario, pubblico e privato, e non a caso la salute è il primo valore degli italiani, che credono anche nell’onestà e nel rispetto dell’ambiente. Più della metà degli italiani si fida delle assicurazioni, di cui apprezzano i servizi digitali offerti e la chiarezza del linguaggio utilizzato nonostante le difficoltà del periodo. Nel rapporto con i brand, anche nel comparto bancassurance, sono più che mai fondamentali serietà, trasparenza e attenzione al cliente. Nella sfera delle relazioni la quasi totalità degli italiani ritiene essenziale poter incontrare gli altri “dal vivo” anche se l’utilizzo di strumenti di comunicazione tecnologici, come le videochiamate, continuerà anche in futuro.

Gli italiani hanno molta fiducia in loro stessi: otto italiani su dieci (86%) ne hanno molta o abbastanza. La resilienza agli eventi degli ultimi 12 mesi è evidente: per il 52% la self confidence è rimasta uguale, per il 33% è addirittura aumentata. È stato certamente un anno «polarizzante»: le persone già molto in confidenza hanno incrementato la loro autostima, mentre chi era già poco sicuro di sé riporta un indebolimento.

Nella fiducia negli altri emerge tutto il familismo degli italiani. La fiducia nei famigliari (95% molto o abbastanza) è superiore anche rispetto a quella in se stessi, con il 71% che si fida molto. Al secondo posto gli amici (86%), anche se solo il 45% sostiene di fidarsi molto o moltissimo. La crisi Covid, tra paura di contagio e di comportamenti individuali poco responsabili, sembra però aver peggiorato la fiducia verso il prossimo, sia tra i conoscenti, le persone del proprio ambiente sociale, sia nella propria comunità o città (si fida molto o moltissimo il 16%), una percentuale molto vicina a quella degli sconosciuti (indice di fiducia forte 8%).

Sembra retorico, ma il luogo di lavoro rappresenta per gli italiani una seconda famiglia. La fiducia nell’azienda in cui lavorano è altissima (84%), appena sotto quella negli amici. La fiducia si distribuisce in modo abbastanza regolare fra le diverse figure in azienda: i colleghi (77%), il proprio capo (75%), lo stesso capoazienda (72%), ottengono indici abbastanza omogenei. Ad incrementare la fiducia nell’azienda sono in primo luogo la sua capacità di prestare attenzione ai dipendenti (58%) e la sua serietà e trasparenza (55%), seguiti dalla solidità, (43%), molto apprezzata di questi tempi, e dalla sua attenzione alla sostenibilità, sia sociale sia ambientale (31%). Serietà (43%), un buon rapporto qualità-prezzo (42%), vicinanza al cliente (40%) e sostenibilità (35%) sono inoltre gli elementi fondamentali per costruire la fiducia nei brand. Caratteristiche che possono essere proprie di grandi e di medie e piccole aziende, a conferma che, negli ultimi anni, anche realtà più nuove ma interessanti e credibili possono aspirare a livelli di fiducia tipici di marchi storici già affermati.

Le fonti di informazione che hanno ottenuto maggior fiducia durante la pandemia sono i telegiornali (51%), ritenuti i più credibili, seguiti da quotidiani e riviste online (27%) e i social (19%) che superano la stampa cartacea (17%). Ci sono poi altre figure che sono entrate a far «parte» delle famiglie degli italiani, raggiungendo un buon livello di fiducia, come l’esperto (57%) o il professore di un illustre ateneo (39%). Veridicità (56%), serietà (50%) e indipendenza (41%) sono i focus che determinano l’affidabilità dei media.

Per quanto riguarda la fiducia nelle istituzioni invece, le più credibili risultano quelle no profit (70%), scientifiche o sovranazionali (66%). Tutte le altre hanno indici piuttosto bassi, con una preferenza per le figure elettive locali, come i sindaci (59%) e i Presidenti di Regione (50%). Lo stato italiano (49%) e il Governo (36%) si posizionano invece più giù. Con l’emergenza, la stima degli italiani in tutte le figure politico-istituzionali sembra essere generalmente in calo. Discorso inverso per la fiducia nel sistema sanitario, con la sanità pubblica che tocca quota 81% (in aumento nell’ultimo anno per il 38% degli italiani) e quella privata il 78% (in aumento per il 23%). Oltre al medico di famiglia, esiste un significativo sentimento sociale di riconoscenza e fiducia nei medici ospedalieri, negli infermieri e nel personale sanitario ma anche nei farmacisti e nella medicina digitale.

Passiamo al mondo finance. Nel complesso emerge un quadro positivo che posiziona la fiducia verso assicurazioni, banche e credito al consumo attorno a metà classifica. Nel dettaglio, il 53% ha un livello elevato la fiducia nelle assicurazioni, di cui apprezzano soprattutto serietà e trasparenza (45%), attenzione ai clienti (40%) e il rapporto qualità-prezzo (37%). La fiducia nelle banche si attesta al 48%, mentre quella nelle società di credito al consumo al 40%.

I valori degli italiani

Circa il quadro valoriale, lo scoppio della pandemia ha posto l’accento sul valore fondamentale della salute, al primo posto (54%), seguito dall’onestà (51%), dalla famiglia (42%), dal rispetto della natura e dall’equilibrio interiore (entrambi al 41%). Interessante vedere come i giovani (18-24 anni) mostrino una struttura valoriale che punta sul rapporto con gli altri – credere nell’amore e nei sentimenti (30%) e star bene con gli altri (27%) – oltre che al miglioramento della propria cultura e conoscenza (31%) e all’essere ambiziosi (23%). D’altro canto, invece, le fasce più adulte (oltre i 55 anni) risultano i migliori difensori dei «grandi valori» come la salute (58%), l’onestà (58%) e la tolleranza (42%).

Le relazioni e la comunicazione

La sfera delle relazioni, che con la pandemia ha subito forti limitazioni, ci ha fatto riscoprire l’importanza dei rapporti con il prossimo, a volte dati per scontati. Quasi tutti gli italiani (93%) ritengono, infatti, essenziale poter incontrare gli altri e mantenere relazioni “dal vivo”. A conferma di questa tendenza, il 29% afferma che la propria voglia di socialità sia aumentata nell’ultimo anno. C’è però anche chi ha visto diminuire il desiderio di contatto con gli altri (17%), chiudendosi forse ancora di più a “riccio”. In generale, per circa un intervistato su dieci (27%) la relazione con la propria famiglia è migliorata, mentre per alcuni sono peggiorate non solo quelle con i conoscenti (21%), ma anche quelle con gli amici (19%) e i colleghi (15%). Tendenzialmente sono tutte superiori al 60% le percentuali di chi crede che, in realtà, il rapporto con parenti, amici, colleghi e conoscenti non abbia subito trasformazioni.

In questo «new normal», è la tecnologia che ci aiuta con i suoi mezzi a mantenere i contatti. Tra gli strumenti di comunicazione più diffusi spiccano soprattutto le videochiamate: il 43% degli italiani dichiara di usarle molto più di prima, con il 41% che esprime il desiderio di continuare a farlo. Rispetto all’era pre-Covid è cresciuto anche il numero di persone che hanno utilizzato di più messaggi (37%; con il 62% che intende continuare), telefonate (27%; 55%), email (24%; 36%) e social media (21%; 35%).

Anche le aziende (sia pubbliche che private) hanno dovuto adattarsi alle novità, cambiando il loro approccio nel contatto con il pubblico. Nel complesso le nuove modalità di comunicazione dividono in parti uguale le quote di chi segnala un peggioramento (23%) e di chi apprezza i miglioramenti (20%).

Nel comparto bancassurance, telefonate (29%) e email (26%) sono diventate essenziali, anche se il 24% ha comunque preferito gli incontri di persona in ufficio/sportello. Quando si parla di assicurazioni e banche, emerge proprio una certa voglia di relazionalità da parte degli italiani, con il 40% che per il futuro vorrebbe più incontri dal vivo. Ad aver soddisfatto i clienti in questi mesi di cambiamenti nel modo di usufruire dei servizi finanziari sono stati soprattutto la chiarezza nel linguaggio utilizzato (91%), i servizi digitali messi a disposizione e l’assistenza ricevuta (entrambi all’89%) e la velocità di risposta (84%). Tra tutte le misure messe in campo dal settore in questo periodo storico, il supporto e la solidarietà ai clienti attraverso bonus, sconti, sospensioni e rinvii dei pagamenti è stata quella che ha raccolto i consensi maggiori (34%).

L’accelerazione sull’uso della tecnologia, con l’introduzione su larga scala dello smartworking, ha trasformato anche la sfera lavorativa, dividendo la popolazione in parti quasi identiche: il 37% preferisce lavorare in ufficio, il 29% da casa e il 34% vorrebbe un mix tra le due modalità. Non va dimenticato, però, che circa metà del paese non può che lavorare in presenza, o perché il suo lavoro non prevede altra modalità (38%) o semplicemente perché non lo ha praticato neppure in questi mesi (14%). Inoltre, è molto positivo il giudizio dei dipendenti sul comportamento delle aziende in tema Covid, specialmente per quanto riguarda trasparenza (83%), qualità (82%), quantità (82%) e tempestività (81%) nelle comunicazioni.

Per il 45% della popolazione è aumentata negli ultimi 12 mesi l’attenzione nei confronti dei media, anche se un italiano su due (48%) dichiara di informarsi come prima. Anche in questo caso, vengono valutate positivamente sia la quantità che la tempestività delle informazioni (entrambe all’85%), ma meno la qualità (70%) e la trasparenza (63%).

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“Basta con un discorso pubblico che legittima la cultura dello stupro”, presidio NUDM a Prato

“Basta con un discorso pubblico che legittima la cultura dello stupro”, presidio NUDM a Prato

NUDM Firenze  torna in piazza oggi con un presidio davanti al bar  “Pancaffè” di via del Seminario a Prato, recentemente preso in gestione da Marco Camuffo, uno dei due ex- carabinieri condannati in primo e in secondo grado per lo stupro delle due studentesse americane avvenuto nel settembre 2017.

Non Una di Meno torna in piazza a Prato, con un presidio che si terrà oggi alle 12 davanti al bar “Pancaffè”, uno dei due ex- carabinieri condannati in primo e in secondo grado per lo stupro delle due studentesse americane avvenuto nel settembre 2017.

“Come Non Una di Meno sentiamo il dovere di prendere parola su quanto avvenuto a Prato nelle ultime settimane. Da quando abbiamo deciso di scendere in piazza, a seguito delle tremende dichiarazioni rilasciate a TV e giornali da parte di Camuffo, in molti si sono sentiti in dovere di prendere parola. Crediamo che denunciare, la narrazione tossica dello stupro e l’utilizzo di tale atto come mezzo propagandistico per la propria attività, sia un doveroso e necessario mezzo di cambiamento che abbiamo a disposizione se non vogliamo continuare ad essere vittime di tali violenze”, spiega il movimento femminista.

Il presidio è stato al centro di polemiche anche da parte delle istituzioni e  dei penalisti della Camera Penale di Prato come “una giustizia dei forconi” non essendo Camuffo condannato ancora in Cassazione.

NUDM Firenze replica”Ci colpiscono le tardive dichiarazioni del sindaco Biffoni che non condannano quanto detto da Camuffo, nonostante due gradi di giudizio lo riconoscano come stupratore, ma esprimono perplessità sulla nostra presa di parola come se il suddetto Camuffo avesse in qualche modo saldato il suo conto non si capisce bene quando. Ci colpisce anche come differenti consigliere (decisamente meno pavide nell’identificare il problema, a differenza di Biffoni) abbiano avuto bisogno che si aprisse il caso mediatico prima di condannare la violenza di genere senza, però, porre l’accento sulle risposte che chi
ricopre ruoli istituzionali potrebbe dare concretamente: maggiori finanziamenti a CAV e Consultori, solo per citarne alcune. Certo è che avremmo “alzato” meno la voce se i media locali non avessero abusato di una retorica tanto tossica e strisciantemente razzista facendo passare Camuffo per un rispettabile imprenditore pratese che si fa spazio in un mondo del commercio in mano alla comunità cinese”, conclude il movimento femminista
“Su queste testate il fatto che abbia stuprato (indossando una divisa) diventa un errore di percorso. Noi sabato saremo davanti al Pancaffè perché troviamo necessario e doveroso rompere la narrazione della vittima sola e silenziosa”.

Sentiamo l’intervista a Sara di NUDM Firenze

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Priorità alla Scuola: “Ci vediamo il 7 davanti ai cancelli. Mobilitazioni davanti alle Superiori”

Priorità alla Scuola: “Ci vediamo il 7 davanti ai cancelli. Mobilitazioni davanti alle Superiori”

Dopo lo slittamento dell’apertura delle Superiori con il ritorno del 50% della didattica in presenza decisa nella tarda serata del 4 gennaio durante l’ultimo Consiglio dei Ministri, il movimento Priorità alla Scuola invita alla mobilitazione.

L’appuntamento comunicato da Pas Toscana è per giovedì 7 gennaio davanti al Liceo Galileo, scelto simbolicamente perché vicino a Prefettura e Regione- “Gli studenti arriveranno alle 8.30. Docenti e studenti saranno davanti al liceo Galileo per collegarsi e fare lezioni in presenza”. 

Di seguito la lettera dei docenti del movimento Priorità alla scuola ai colleghi docenti. Per aderire prioritaallascuola@gmail.com

Noi docenti di Priorità alla scuola ci rivolgiamo alle nostre colleghe e ai colleghi a oggi dubbiosi o contrari alla riapertura delle scuole in presenza per condividere le ragioni della nostra ferma convinzione circa l’inderogabile necessità di ritornare a scuola il 7 gennaio, per restarci in sicurezza.

Il motivo per cui siamo convinti che la scuola debba rimanere aperta (a meno che non chiuda prima il resto del paese) è che la formazione in presenza è vitale come la sanità e come l’alimentazione. È l’importanza che attribuiamo al nostro ruolo ad averci convinto, mentre altri lavoratori e lavoratrici stanno mettendo in gioco i propri corpi per garantirci l’utilizzo abituale di servizi e trasporti in questa emergenza.

E non accettiamo che il diritto allo studio dei nostri ragazzi sia trattato come quello degli sciatori allo svago, e che la nostra preparazione sia sacrificata per la salvaguardia delle attività produttive. Ci addolora che proprio i lavoratori della scuola sembrino i meno motivati a combattere il deserto sociale che sta avanzando.

Lottare per tornare in presenza e in continuità significa, secondo noi, riprenderci quel ruolo di educatori, che la DaD (o DDI) come «opportunità» ci ha ormai quasi completamente negato. Hanno rinchiuso la curiosità e la vitalità degli studenti in un rettangolino, lo stesso in cui hanno stipato la nostra professionalità, privandola della nostra personalità, della nostra formazione e preparazione, della nostra possibilità di costruire lezioni a partire dai loro dubbi, dalle loro domande, dal nostro essere insieme, perché gli studenti imparano gli uni dagli altri, dalle domande che emergono e dalle risposte, sempre provvisorie, che ci diamo.

«Il rapporto tra maestro e scolaro è un rapporto attivo, di relazioni reciproche e pertanto ogni maestro è sempre scolaro e ogni scolaro maestro» ci insegna Gramsci, scelto infatti come mentore di PAS. Gli studenti imparano gli uni dagli altri. I danni didattici, psicologici, sociali (Centro Europeo per il controllo delle malattie, ECDC), non sono indennizzabili da alcun «ristoro» (Miozzo, Cts). Altrettanto preoccupante è poi l’aumento prodotto dalla DaD della dispersione e dell’abbondono scolastico, in una nazione in cui il secondo era già al 14% prima del lockdown, con conseguenze occupazionali pesanti. Non c’è Dpcm che possa togliere quello che la Costituzione garantisce: la scuola (aperta) a tutti.

Tutti abbiamo visto gli studenti accovacciati davanti alle loro scuole chiuse, avvolti da coperte, connettersi per seguire le lezioni che molti di noi svolgevano da classi vuote a dimostrazione del loro prendere coscienza che quanto fino a un anno fa consideravano poco più di un obbligo è diventato un diritto per cui battersi. E così noi abbiamo abbandonato quelle aule vuote e siamo andati a fare lezione in strada, convinti che la scuola è dove si incontrano studenti e docenti.

Le esperienze delle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado, ove non chiuse, sono state confortanti. I dati epidemiologici non hanno rilevato maggiori indici di contagio rispetto alla popolazione generale, e questo dovrebbe essere sufficiente ad affermare che la battaglia per una scuola nuova, rispettosa dei diritti di studenti e lavoratori docenti e ata, sicura, si combatte a scuole aperte.

La salute, come ricorda l’Oms è psicofisica e la relazione è vitale. Non possiamo convincerci che gli adolescenti elaborino la drammatica realtà che stanno vivendo nel chiuso delle loro stanze, in un paese in cui, tra l’altro, il 25% dei minori vive in condizioni di sovraffollamento domestico. Sicurezza non sono solo i banchi distanziati, gli ingressi scaglionati, le mascherine. Chiediamo che i docenti vengano al più presto inclusi, su base volontaria, tra i destinatari del vaccino, dopo il personale sanitario. In particolare chiediamo che sia data priorità ai docenti in condizioni di fragilità, i più anziani o con patologie.

Chiediamo inoltre che tutte le regioni si adoperino a seguire l’esempio virtuoso della Toscana e del Lazio con screening generali nelle scuole. A oggi, a Firenze la campagna per studenti, docenti e ATA tra primarie e medie, ha eseguito circa 9mila test rapidi che hanno segnalato 12 casi di positività, confermando che la scuola non è luogo di diffusione del contagio. Chiediamo (da aprile) presìdi sanitari che assicurino alla popolazione scolastica un tracciamento capillare e tempestivo nei risultati.

La scuola si cura non si chiude. Sono molti gli apprendimenti che abbiamo rafforzato in presenza per combattere questa fase: dall’igienizzazione al distanziamento, dall’uso delle mascherine alla temperatura all’ingresso per chi l’ha adottata. In pochi altri luoghi sono state adottate misure simili. Opporsi alla chiusura generalizzata, utile scorciatoia politica, non significa «volere scuole aperte comunque» significa adoperarsi per scuole più sicure, accettare chiusure mirate là dove ci fossero focolai e valorizzare gli istituti anche come luoghi di monitoraggio territoriale del contagio, unica rete in grado di raggiungere oltre 20 mln di cittadini. Lottiamo assieme per incentivare la comunicazione celere tra scuola, referenti covid, famiglie e ASL dei casi positivi tra docenti, studenti e personale.

Nessuno si salva da solo. Non ci salveremo noi docenti se accettiamo lo svilimento del nostro ruolo educativo, che è anche quello di insegnare buone pratiche di convivenza e di reciproca responsabilità, trasmettendole ai giovani che saprebbero adottarle negli altri contesti in cui vivono. Non si salvano gli studenti: sarebbe questa generazione prigioniera, la «next generation» cui il governo dice di voler dedicare il Recovery Fund? Non si salva la società perché è la scuola a produrre i suoi cittadini. Non si salverà da questa tremenda pandemia chi resterà ancorato a se stesso: chi non accetterà di cambiare, chi resterà ancorato a tempi, progettazioni, modus operandi tradizionali, noi insegnanti di PAS vogliamo provare a cambiare, abbiamo saputo far lezione per strada, sapremo capire insieme ai nostri studenti come superare, stando in classe, questa difficilissimo periodo.

È la chiusura, non la scuola, a togliere dignità al nostro lavoro rendendolo meno essenziale di tutti gli altri e a compromettere le opportunità di cambiamento e miglioramento della scuola. Purtroppo chi, lasciandosi bloccare dalla paura, vorrebbe continuare con la DaD non si rende conto che così facendo contribuisce a svalutare la nostra professione: lottare per tornare in presenza significa anche ridare all’insegnamento quella dignità e libertà che ha perso e quel valore sociale che gli spetta, rafforzandola anche come luogo di educazione ad affrontare la fase pandemica.

L’esperienza delle scuole che sono rimaste aperte è migliorata dall’apertura a settembre fino al 22 dicembre (infanzia, primaria, secondaria di primo grado). Non si sono registrati cluster né maggiori contagi e le quarantene effettuate sono da considerare strumento di tutela e non indice di maggiore pericolo. È a scuole aperte che possiamo lottare contro le classi pollaio e per turnazioni idonee all’utilizzo dei trasporti pubblici che non penalizzino il nostro lavoro. È solo a scuole aperte che potremo contrastare le decisioni di governo, CTS, enti locali e prefetti fino a oggi prese sulle nostre teste.

Ripartiamo da qui per pensare la presenza dei nostri ragazze/i e scongiurare la distopia immaginata da Asimov nel ’51 che la DaD sembra stia realizzando: la scuola in una stanza con insegnanti elettronici. A tutto questo troppi docenti e studenti si stanno abituando, nella fasulla illusione che non ci siano alternative. Si sta inducendo una generazione a credere di non avere diritti né opportunità, costringendola a rinunciare al nutrimento culturale e all’istruzione. È la stessa ostinata logica con cui sono stati chiusi teatri, cinema e musei e pesantemente penalizzate biblioteche e archivi, ritenendoli attività improduttive. Noi docenti di PAS non accettiamo che la fantasia, la cultura, la nostra preparazione sia sacrificata sull’altare delle attività produttive. Perché la scuola è la prima tra le attività: forma cittadini, salvaguarda il presente e produce futuro.

Ci vediamo il 7 gennaio 2021 davanti ai cancelli delle nostre scuole.

* Priorità Alla Scuola (PAS) è il movimento nato lo scorso aprile per pensare una scuola nel periodo dell’emergenza, e oltre, per riportare la scuola pubblica e il diritto all’istruzione al centro del dibattito e delle politiche pubbliche. PAS ha riunito insegnanti, studenti e genitori per garantire ai bambini/e e ragazze/i una scuola aperta e in sicurezza ma anche per avviare un confronto sulla scuola del futuro, convinti che non debba solo sopravvivere alla (in)capacità di gestione dell’emergenza pandemica ma uscirne rinnovata e capace, mettendo al centro gli studenti e il loro diritto allo studio, i lavoratori e i loro diritti, gli educatori e la loro libertà e creatività, la società e la sua crescita. Una scuola in cui siano i servizi (trasporti in testa) a disposizione del diritto all’istruzione e non viceversa; in cui sia proprio il diritto alla salute a garantire l’apprendimento in presenza, perché non ci può essere salute sociale senza istruzione.

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Tumori: Monica Bellucci testimonial di ‘Corri vita’ in Italia

Tumori: Monica Bellucci testimonial di  ‘Corri vita’ in Italia

Monica Bellucci indossa una delle 10mila magliette 2020 regalate al personale medico, paramedico ed a tutte le pazienti dei 14 ‘Centi di senologia di qualità’ coordinati dal progetto Senonetwork in nove regioni italiane.

L’operazione, spiega una nota, è possibile anche grazie al generoso aiuto di Brt Corriere Espresso.

“Siamo davvero felici che Monica Bellucci si sia aggiunta ai tantissimi personaggi che nel corso degli anni hanno deciso di sostenere la nostra attività – spiega Bona Frescobaldi, presidente dell’associazione -. Con questa nostra nuova iniziativa vogliamo mostrare una volta di più la nostra vicinanza alle donne in lotta col tumore al seno e ai professionisti eccezionali che le assistono. Oggi più che mai riteniamo sia importante mantenere alta l’attenzione su un male grave ma curabile, che rischia di passare in secondo piano per l’emergenza Covid 19”.

Fino al 31 dicembre sul sito è possibile sostenere Corri la vita con una donazione minima di dieci euro per ricevere a casa la maglietta 2020.

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L’operazione, spiega una nota, è possibile anche grazie al generoso aiuto di Brt Corriere Espresso.

“Siamo davvero felici che Monica Bellucci si sia aggiunta ai tantissimi personaggi che nel corso degli anni hanno deciso di sostenere la nostra attività – spiega Bona Frescobaldi, presidente dell’associazione -. Con questa nostra nuova iniziativa vogliamo mostrare una volta di più la nostra vicinanza alle donne in lotta col tumore al seno e ai professionisti eccezionali che le assistono. Oggi più che mai riteniamo sia importante mantenere alta l’attenzione su un male grave ma curabile, che rischia di passare in secondo piano per l’emergenza Covid 19”.

Fino al 31 dicembre sul sito è possibile sostenere Corri la vita con una donazione minima di dieci euro per ricevere a casa la maglietta 2020.

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