Tesla fa lobbying col Governo UK per favorire le auto elettriche

Tesla fa lobbying col Governo UK per favorire le auto elettriche

Tesla ha fatto attività di lobbying col Governo Britannico per imporre carichi fiscali a chi produce auto a benzina e diesel.

Tesla ha fatto lobbying col governo britannico per far aumentare le tasse sulle auto alimentate a diesel e benzina e aumentare i finanziamenti per le auto elettriche, oltre a proporre l’eliminazione delle auto ibride.

Un’inchiesta del Guardian ha determinato che l’azienda di Elon Musk ha fatto lobbying per proporre dazi che disincentivassero la produzione e l’acquisto di veicoli alimentati a diesel e benzina e favorire prestiti e detrazioni, come la detrazione dell’IVA, per le auto alimentate a batteria.

In una proposta al governo britannico inoltrata lo scorso luglio, Tesla aveva scritto: “supportare la diffusione dei veicoli a emissione zero attraverso meccanismi che aggiungano al prezzo delle auto alimentate da carburanti fossili un costo proporzionato al danno ambientale che causano è totalmente ragionevole e logico”. Tesla ha aggiunto: “il risultato – di tasse per i veicoli inquinanti e di benefici per veicoli elettrici – sarebbe di totale pareggio per il Governo britannico”.

La posizione di Tesla sulle tasse ai veicoli a benzina ha posto l’azienda in conflitto con i protagonisti del settore dell’automobile. I suoi rivali hanno fatto a loro volta lobbying per impedire al Governo di bandire tutti i veicoli a diesel, incluse le auto ibride, entro il 2030.

Una ricerca di InfluenceMap, un’agenzia che monitora l’attività di lobbying, ha riportato che le aziende che si oppongono alle misure più esigenti di conversione ecologica hanno effettuato più incontri con il Governo britannico rispetto a quelle che promuovono un cambiamento immediato. Tra il 2017 e il 2020, gli incontri del governo con le aziende più inquinanti sono stati 209 mentre quelli con le aziende più virtuose dal punto di vista ambientale sono stati 153.

Tesla ha inoltre proposto che i produttori di auto dovrebbero essere obbligati a vendere un numeri minimo di veicoli a emissioni zero. Contattati dal Guardian in merito ai temi della loro proposta, i dirigenti di Tesla non hanno risposto.

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Per la Corte Suprema UK gli autisti di Uber sono lavoratori dipendenti

Per la Corte Suprema UK gli autisti di Uber sono lavoratori dipendenti

La Corte Suprema del Regno Unito riconosce agli autisti di Uber lo status effettivo di lavoratori dipendenti con diritto a salario minimo e ferie pagate.

La Corte Suprema del Regno Unito ha concluso una battaglia legale che durava da un anno decretando che gli autisti di Uber sono lavoratori dell’azienda a tutti gli effetti. Gli autisti devono essere considerati lavoratori dipendenti e non liberi professionisti, avendo così diritto al salario minimo, limiti alle ore di lavoro giornaliere e ferie pagate.

La sentenza si aggiunge a un quadro normativo che in Europa vede la gig economy, quel settore dell’economia caratterizzato da lavoratori occasionali, sempre più regolamentato. Chi affitta su Airbnb è sempre più spesso chiamato a rispettare le norme che regolano il settore alberghiero, i servizi di fattorini continuano a ricevere critiche da parte di lavoratori e sindacati che chiedono maggiori tutele e un azienda come Uber non ha mai potuto iniziare l’attività in Italia per via delle licenze che regolano il settore dei taxi.

Nel Regno Unito la causa è iniziata nel 2016 con la denuncia di due autisti di Uber, Yaseen Aslam e James Farrar, che accusavano l’azienda di controllare a tutti gli effetti il loro lavoro senza riconoscere lo status di lavoratori dipendenti. Il Tribunale del Lavoro di Londra aveva dato ragione ai due autisti e Uber ha fatto ricorso fino a portare il caso davanti alla Corte Suprema.

La Corte ha motivato la sentenza adducendo che Uber impone le tariffe e i termini di contratto, limita la scelta degli autisti nell’accettare o meno le richieste dei clienti e che esercita un netto controllo sul modo in cui i lavoratori prestano i loro servizi. Il Tribunale ha inoltro riconosciuto come tempo effettivo di lavoro quello speso dall’autista sull’app di Uber e quello impiegato nell’attesa dell’accettazione del cliente.

Attraverso un comunicato stampa diffusa via email, Jamie Heywood, il direttore dell’area Nord europea di Uber ha scritto: “Rispettiamo la decisione della Corte Suprema in riferimento al caso di un numero limitato di autisti che hanno usufruito dell’app nel 2016”. Ha poi aggiunto: “L’azienda ha visto nel frattempo cambiamenti significativi guidati in ogni fase dagli autisti di Uber”. Tra questi cambiamenti ha elencato la maggiore autonomia concessa agli autisti nei metodi di fatturazione e l’assicurazione gratuita per malattia o infortunio.

Un Tribunale del Lavoro adesso dovrà decidere l’ammontare della compensazione che spetta ai 25 autisti di Uber coinvolti nel caso. Altre 1000 denunce come questa che erano rimaste in sospeso, dopo la sentenza di venerdì, potranno procedere nella valutazione.

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