Omicron, la variante Covid che OMS considera ‘preoccupante’

Omicron, la variante Covid che OMS considera ‘preoccupante’

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato venerdì che considera il ceppo Covid B.1.1.529, una ‘variante preoccupante’, il nome dato a questa variante è Omicron ed è la prima nuova variante definita ‘preoccupante’ dalla OMS, dalla scoperta della variante delta.

La prima fonte di preoccupazione è il rilevamento del fatto che la variante Omicron si propaga a velocità maggiore rispetto ai picchi di crescita delle varianti precedenti, questo potrebbe metterla in una posizione di vantaggio rispetto agli altri ceppi del Covid.

L’OMS afferma che il rilevamento della variante Omicron in Sud Africa ha coinciso con un forte aumento dei casi Covid e che la sua prevalenza è in aumento in quasi tutte le province del paese. La variante ha causato un aumento particolarmente marcato dei casi nella città di Pretoria, dove è passata dall’essere sostanzialmente non rilevabile, diverse settimane fa, a dominare al momento l’epidemia in una grande città.

Casi di infezioni da Omicron sono emersi, in un periodo di tempo relativamente breve, anche in Botswana, Belgio, Hong Kong e Israele

“Questa variante ha un gran numero di mutazioni. E queste mutazioni hanno alcune caratteristiche preoccupanti”, ha affermato la dott.ssa Maria Van Kerkhove del Programma di emergenza sanitaria dell’OMS, in una dichiarazione video. Gli scienziati hanno osservato che la variante Omicron ha una serie di mutazioni già note per aumentare la trasmissibilità, ed altre che potrebbero aiutare il virus a infettare le cellule più facilmente.

Altra fonte di preoccupazione per la OMS è il fatto che ci sarebbero indizi, nei geni del virus, che i vaccini potrebbero essere meno efficaci contro la variante Omicron e che potrebbe esserci un rischio maggiore di reinfezione.

Tuttavia, gli scienziati avvertono che al momento non ci sarebbero ancora dati sufficienti per sapere con certezza se sia effettivamente così.

In un’intervista alla stazione radio pubblica americana NPR, il dottor Francis Collins, direttore del National Institutes of Health, ha dichiarato: “Voglio essere chiaro, al momento non ci sono dati che indichino che gli attuali vaccini non funzionerebbero”.

Il motivo della preoccupazione sull’efficacia dei vaccini contro la variante Omicron si basa sul fatto che alcune sue mutazioni sono già note per aiutare il virus ad eludere il sistema immunitario e per resistere agli anticorpi ed evitarne il rilevamento.

I ricercatori in Sud Africa e di altre parti del mondo stanno attualmente lavorando per capire se Omicron potrebbe eludere l’immunità, studiando il sangue di persone vaccinate osservandone la risposta degli anticorpi contro la variante omicron. Più dati dovrebbero arrivare in poche settimane.

“È davvero importante avere una buona sorveglianza SARS-CoV-2 in tutto il mondo, incluso un migliore sequenziamento genomico, perché vogliamo essere in grado di rilevare questo virus dove sta circolando”, ha affermato Van Kerkhove dell’OMS.

Intanto alcuni paesi europei tra cui anche l’Italia, ma anche gli Stati Uniti, hanno annunciato restrizioni di viaggio nei confronti di persone che hanno soggiornato o transitato in Sudafrica, Lesotho, Botswana, Zimbabwe, Malawi, Mozambico, Namibia, Eswatini.

La Omicron ha avuto un effetto immediato sull’economia mondiale, il Black Friday a Wall Street, quest’anno è stato davvero nero, la Borsa di New York ha infatti chiuso la seduta di venerdì in picchiata, a causa delle preoccupazioni innescate da quest’ultima variante del Covid, perdendo il 2,52% a 34.900 punti, mentre anche il Nasdaq scendeva dello 2,23% a 15.491 punti e l’S&P 500 il 2,26% a 4.595 punti, valori questi che hanno determinato il peggior Black Friday della storia della Borsa americana, che non registrava una performance così negative almeno dal 1950.

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Elgoresyite, nuovo minerale individuato da team internazionale guidato da Unifi

Elgoresyite, nuovo minerale individuato da team internazionale guidato da Unifi

Firenze, i polimorfi ad alta pressione di silicati di magnesio contenenti ferro e alluminio sono da molto tempo oggetto di osservazioni ed esperimenti, costituendo il materiale più abbondante dei pianeti rocciosi. Da pochi giorni grazie ad un gruppo internazionale di studiosi guidato da Luca Bindi, docente del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze, è stato scoperto l’Elgoresyite, un nuovo silicato di ferro-magnesio ad alta pressione.

L’Elgoresyite, (Mg,Fe)5Si2O9, è stato approvato dall’International Mineralogical Association come nuovo minerale (n. 2020-086), il team di Unifi lo ha individuato in una vena di fusione indotta da shock del meteorite, denominato Suizhou, caduto nell’aprile del 1986 a Dayanpo, in Cina, che si sarebbe formato nello scontro tra asteroidi nello spazio, in condizioni di altissime pressioni e temperature, paragonabili a quelle presenti nel mantello profondo del nostro pianeta.

Il silicato di ferro-magnesio appena scoperto è un potenziale minerale costituente nei pianeti rocciosi con un contenuto relativamente alto di MgO + FeO. Ma la composizione chimica di Elgoresyite ha una la quantità di Magnesio e Ferro talmente elevata da far supporre che si tratti del materiale di cui è composto in prevalenza il mantello di Marte.

“Sebbene i dettagli della composizione del mantello di Marte siano ancora oggetto di discussione – spiega il Prof. Unifi Luca Bindi –, sembra certo che contenga una quantità di magnesio e ferro più elevata rispetto alla Terra e soprattutto un rapporto (Mg+Fe)/Silicio più che doppio”.

“Sul nostro pianeta non è mai stato trovato un minerale simile. Si tratta di un silicato di magnesio contenente ferro e alluminio, che ha un rapporto (Mg+Fe)/Si = 2,5. Se pensiamo che il minerale che fino a oggi è attestato come componente principale del mantello terrestre, la bridgmanite, ha un rapporto (Mg+Fe)/Si = 1, quello che abbiamo scoperto – commenta il ricercatore – ha una quantità di magnesio e ferro talmente elevata  da farne il candidato ideale per la composizione del mantello marziano”.

Lo studio del team che coinvolge ricercatori dell’Università di Bayreuth (Germania), dell’Università di Meiji (Giappone), dell’Accademia delle Scienze Russe, di ESRF (Francia) e del Guangzhou Institute of Geochemistry, Accademia delle Scienze Cinese è stato pubblicato sulla rivista ACS Earth and Space Chemistry.

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I topi potrebbero diventare serbatoi per le varianti Coronavirus

I topi potrebbero diventare serbatoi per le varianti Coronavirus

Secondo i dati di una ricerca, il cui primo autore è il genetista Xavier Montagutelli, pubblicati online sul sito bioRxiv, che accoglie articoli non ancora sottoposti alla revisione da parte della comunità scientifica, le varianti del Coronavirus riuscirebbero a contagiare anche i topi.

Finora i topi erano risultati indenni al virus SarsCoV2, ma una ricerca condotta dall’Istituto Pasteur di Parigi dimostra per la prima volta che le varianti brasiliana (P.1) e sudafricana (B.1.351) riescono a contagiarli e che, di conseguenza, i topi potrebbero diventare serbatoi naturali nei quali il virus potrebbe riassortirsi e mutare ancora.

La ricerca si basa sulle osservazioni fatte nei topi di laboratorio, nei quali la proteina Spike del virus SarsCoV2 non riesce ad agganciarsi al suo principale bersaglio, il recettore Ace2 che si trova sulla superficie delle cellule. Riescono invece a far scattare questa serratura molecolare sia la variante brasiliana sia quella sudafricana del virus SarsCoV2, ma anche “altri fattori potrebbero essere coinvolti nella capacità delle varianti di infettare i topi”.

La buona notizia è che adesso è possibile studiare la malattia in dettaglio e direttamente nei topi di laboratorio. La scoperta indica però che “questo nuovo salto di specie aumenta la possibilità che i roditori selvatici diventino un serbatoio secondario”.

Sebbene debba ancora essere studiata la capacità dei topi di trasmettere l’infezione, “questi risultati – scrivono i ricercatori – sollevano importanti interrogativi sui rischi che derivano da topi o altri roditori che vivano in prossimità degli esseri umani”, diventando dei serbatoi per il riassortimento del virus che potrebbero favorire in questo modo la comparsa di altre varianti.

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Il Governo tedesco spinge l’Unione Europea ad acquistare Sputnik V

Il Governo tedesco spinge l’Unione Europea ad acquistare Sputnik V

Il Governo Tedesco insiste che la Commissione Europea dovrebbe procedere ad acquistare dosi di vaccino Sputnik V per gli Stati Membri prima ancora che sia approvato dall’EMA.

La Germania spinge affinchè l’Unione Europea acquisti dosi del vaccino russo Sputnik V. L’EMA, l’Ente del Farmaco Europeo, si sta già occupando della procedura di controllo per l’approvazione del vaccino. EMA ha annunciato di aver ricevuto i primi dati forniti dalla Russia in merito agli esiti delle vaccinazioni con Sputnik V e che li sta analizzando.

EMA non ha ancora comunicato la data in cui dovrebbero finire i controlli e quindi ottenere l’eventuale autorizzazione all’acquisto, distribuzione e somministrazione sul territorio europeo. La Germania suggerisce di procedere all’acquisto di Sputnik V in modo indipendente dall’approvazione di EMA.

Alcuni Paesi europei come l’Ungheria e la Slovacchia hanno già acquistato dosi di Sputnik V dalla Russia senza attendere l’approvazione di EMA provocando alcuni attriti con la Commissione Europea.

Tuttavia le trattative dell’Unione Europea con il Governo russo per l’accesso alle forniture di vaccino non sono ancora iniziate. Perchè la Commissione Europea agisca sono necessarie le richieste da parte di quattro paesi membri del Consiglio Europeo.

Fino ad oggi la procedura adottata dall’Unione Europea per l’acquisto di dosi prevedeva l’approvazione definitiva da parte di EMA. Successivamente si procedeva all’acquisto, come un soggetto unico, e poi alla distribuzione ai singoli Stati Membri secondo un criterio proporzionale.

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🎧 Quasicristalli violano anche le leggi della termodinamica

🎧 Quasicristalli violano anche le leggi della termodinamica

Firenze, come pubblicato da ‘Unifimagazine’, la testata online dell’Univerità di Firenze, secondo studio pubblicato sulla rivista Earth and Space Chemistry, fatto da un team internazionale guidato dal Prof. Luca Bindi, i quasicristalli violano le leggi. (Nel Podcast l’intervista al Prof. Luca Bindi,  a cura di Gimmy Tranquillo).

“I quasicristalli sono minerali unici i cui atomi sono disposti come in un mosaico, in modelli regolari ma che non si ripetono mai nello stesso modo, come succede invece nei cristalli ordinari – spiega Bindi –. Agli albori del nostro sistema solare, 4.5 miliardi di anni fa – prosegue il ricercatore –, gli elementi chimici hanno cominciato a condensare dal gas primordiale, seguendo un ordine preciso, che corrisponde alla loro diversa temperatura di condensazione e alla loro volatilità”.

Il gruppo di ricercatori – composto da Paul J. Steinhardt, dell’Università di Princeton, veterano insieme a Bindi dello studio dei quasicristalli naturali, Paul A. Asimow, del California Institute of Technology, Maurizio Petrelli, dell’Università di Perugia, e Simone Tommasini, del Dipartimento di Scienze della Terra Unifi – ha utilizzato un microscopio che permette di arrivare a un milione di ingrandimenti e che ha reso possibile verificare la presenza di microinclusioni di materia formatasi sia ad alta temperatura che a bassa temperatura.

“Il paradosso termodinamico dei due quasicristalli sta nel fatto che hanno quantità normali di elementi refrattari, cioè che si sono formati ad altissime temperature, ma al contempo sono arricchiti in elementi mediamente volatili, cioè formatisi a basse temperature, con una proporzione fino a cento volte maggiore rispetto alla composizione delle classiche meteoriti. Condizione che non era mai stata documentata in nessun materiale, né terrestre né extraterrestre”.

“La composizione delle microparticelle cosmiche analizzate – conclude Bindi – apre uno scenario affascinante sui processi che hanno portato alla formazione dei quasicristalli durante le prime fasi di condensazione della materia gassosa primordiale e le successive collisioni che sono avvenute tra i vari pianeti in via di formazione”.

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